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Roberto Salvini, un
Maestro
di critica dell'arte, scrive a proposito della scultura di Arturo
Martini:
Poi,
avvicinandomi, mi resi conto che si trattava di un abbraccio, in cui i
due protagonisti,
come suona il detto, “cadevano nelle braccia l’uno dell’altro”. Era
come
se sotto le mani dell’artista un atto di aggressione reciproca si fosse
trasfigurato in una spinta amorevole di riappacificazione.
Solo
allora mi sono ricordato di quello che avevo scritto molto tempo prima
in Rembrandt e il Figliol Prodigo: prima della sovrapposizione evangelica,
Il
Figliol Prodigo era stato il vicario dell’orda fraterna, il figlio
minore
esiliato che ritornava a casa per sopraffare e uccidere il Padre.
Questo
contenuto rimosso emerge nell’opera dell’artista, ed era stato captato
dal mio
inconscio, come lo è dal pubblico che visita la mostra.
Se
torniamo al commento del Salvini, vi troviamo le stesse tracce, che
erano state
inconsciamente captate anche dal grande critico: “Il moto,
che ora appena si arresta, delle due figure l’una
verso l’altra, l’intrecciarsi delle braccia [la lotta], lo sguardo acuto e scrutatore del padre
[come il
musurarsi a vicenda di due contendenti] sono tutti motivi che rendono
evidente e piana la lettura del soggetto [a che livello, quello
manifesto o
quello latente?]… mentre i costumi
romaneggianti alludono discretamente
[ = ambiguamente] ad una
localizzazione nel tempo della parabola evangelica" [=
in un tempo arcaico e
remoto, ma quindi eterno e senza tempo, come il tempo/non tempo degli
eventi
psichici], come ci conferma il “proiettare le
immagini in una
leggendaria lontananza”.
Quindi, anche “un individuale
linguaggio” dell’artista anche se “individuale”, non
è solo tale, ma fa
da ponte, e si riallaccia all’inconscio collettivo (a cui allude
inconsciamente
il Salvini parlando di “gruppo”),
con cui condivide il
“motivo
centrale”.
L’arte è uno
degli strumenti
più importanti per la decodificazione di contenuti inconsci
collettivi. Questi
sono trasmessi dall’artista allo spettatore che vi riconosce i propri e
si
identifica. Con le parole di Freud:
Le
creazioni dell’arte promuovono d’altronde i sentimenti
d’identificazione, di cui ogni ambito civile ha tanto bisogno,
consentendo
sensazioni universalmente condivise ed apprezzate; esse giovano
però anche al
soddisfacimento narcisistico allorché raffigurano le
realizzazioni di una certa
civiltà alludendo in modo efficace ai suoi ideali
(S. Freud, “L’avvenire di un’illusione” in Opere,
B.Boringhieri, Torino
1969, vol.X, pp. 443-4).
Giorgio De Chirico: Il Figliol Prodigo
Lo stesso tema, gli stessi sentimenti
E anche qualcosa in più. Questo quadro mi ha subito riportato alla mente la scena finale del Don Giovanni di Mozart, in cui la statua del Commendatore afferra la mano di Don Giovanni per trasportarlo agli Inferi. E questa scena non tratta certo del polo affettivo del rapporto tra i due uomini: Don Giovanni, l'immagine filiale ribelle e dissoluta, e il Commendatore, il Padre assassinato. (Per la statua del Commendatore come imago del Padre assassinato cfr. Una storia di sassi. Dalla teoria cloacale al parricidio primordiale).
Il figliol prodigo della parabola evangelica aveva passato il suo tempo con le prostitute, un po' come Don Giovanni. E' la stessa storia, ma con un esito diverso. Don Giovanni aveva agito fino in fondo la sua missione di figlio ribelle, aveva commesso l'assassinio, ed era stato dannato. Il figliol prodigo si era pentito e quindi era stato perdonato.