Iakov Levi e Luigi Previdi
OCCIDENTE E ORIENTE SEMITICO NELLO
SPECCHIO DI
DIONISO E DI APOLLO
Gennaio 2002
Il riassunto dei capitoli I, III e VIII è stato pubblicato , con il nome di Es e Io nello specchio di Apollo e di Dioniso, in: TEORIE E MODELLI. Rivista di storia e
metodologia della psicologia, a cura di Giuseppe Mucciarelli, V.3.2000,
Pitagora Editrice, Bologna 2001.
CAPITOLO PRIMO
I DUE DEI
L’intuizione di
Nietzsche
Nietzsche ci ha mostrato come la
società greca, la sua arte e la sua cultura siano state il risultato della
tensione tra due poli opposti: il dionisiaco e l’apollineo:
Alle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l’arte dello scultore, l’apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due impulsi così diversi procedono uno accanto all’altro, per lo più in aperto dissidio tra di loro e con un’eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per perpetuare in essi la lotta di quell’antitesi, che il comune termine “arte” solo apparentemente supera[...]per accostarci di più a quei due impulsi, immaginiamoli innanzitutto come i mondi artistici separati del sogno e dell’ebbrezza; fra questi fenomeni fisiologici si può notare un contrasto corrispondente a quello fra l’apollineo e il dionisiaco[...]la bella parvenza dei mondi del sogno, nella cui produzione ogni uomo è artista pieno, è il presupposto di ogni arte figurativa, anzi, come vedremo, altresì di una metà essenziale della poesia. Nella comprensione immediata della figura noi godiamo, tutte le forme ci parlano, non c’è niente di indifferente e di non necessario. Tuttavia, nonostante la vita suprema di questa realtà sognata, traluce ancora in noi il sentimento della sua illusione (La Nascita della Tragedia, par.1).
In questa prima
istantanea dell’epifania dei due dei Nietzsche considera l’apollineo
e il suo opposto, il dionisiaco, come forze artistiche che erompono dalla
natura stessa, senza mediazione dell’artista umano, e in cui gli impulsi
artistici della natura trovano anzitutto e in via diretta soddisfazione: da una
parte come immagini del sogno, la cui perfezione è senz’alcuna
connessione con l’altezza intellettuale o la cultura artistica del
singolo; d’altra parte come realtà piena di ebbrezza, che a sua volta non
tiene conto dell’individuo, e cerca anzi di annientare l’individuo
e di liberarlo con un sentimento mistico di unità (ibidem).
Sogno e illusione
apparterebbero al dio delfico, l’ebbrezza al dio caprino e in entrambi i
casi come forze che erompono dalla natura stessa senza la mediazione
dell’artista umano. Nelle pagine seguenti noi cercheremo di focalizzare
meglio queste distinzioni, prodotte dall’intuito folgorante di Nietzsche,
poiché ci sembra che alcuni aspetti siano rimasti confusi, e in alcuni punti
persino depistanti
Apollo, come dio di tutte le capacità figurative è insieme il dio divinante;
egli è anche il dio della bellezza, della luce e del sole. Egli è il dio
dell’occhio, e infatti questo organo è quello che più di tutti gli altri
fa da ponte tra il mondo esterno e quello interno, la sua sapienza è quella di
ciò che vede fuori per “insegnarlo” all’interno. La vista,
come tutti gli altri sensi, non può essere uno strumento obbiettivo, il momento
stesso che trasmette le immagini esterne all’interno le traduce
automaticamente in visione. Inoltre non è solo quella che ci aiuta a percepire
il mondo esterno ma è anche il ponte attraverso il quale proiettiamo
all’esterno la rappresentazione del nostro mondo interno, lo schermo sul
quale vediamo la proiezione dei nostri contenuti interni, che senza questo
strumento rimarrebbero amorfi.
Nietzsche, alla fine di un’intera vita passata a rimuginare sul
significato di questi contenuti allarga e riassume l’idea dei due dei.
Questa volta attribuisce anche al dio delfico l’ebbrezza, quella della
visione e dell’arte: “Perché vi sia
arte, perché vi sia un qualche contemplare o agire estetico, a tal fine è
indispensabile un presupposto fisiologico: l’ebbrezza. L’ebbrezza
deve anzitutto aver potenziato l’eccitabilità dell’intera macchina:
prima di ciò non si giunge a nessuna arte (Il Crepuscolo degli Idoli,
par. 8.). E ancora:
Che cosa significa l’antitesi da me introdotta
nell’estetica, tra i concetti di apollineo e dionisiaco, entrambi intesi
come specie di ebbrezza?- L’ebbrezza apollinea riesce soprattutto a
eccitare l’occhio, così che esso acquista la forza della visione. Il
pittore, lo scultore, il poeta epico sono visionari par excellence.
Nello stato dionisiaco per contro l’intero sistema degli affetti è
eccitato e potenziato, in modo che questo scarica in una volta tutti suoi mezzi
espressivi (op.cit,
par.10).
L’ebbrezza,
dunque, questa volta attribuita anche ad Apollo, è il presupposto fisiologico
affinché possa prodursi l’arte, sia questa dionisiaca o apollina: lo
strumento è l’ebbrezza e l’arte è il risultato. Anticipiamo
già che noi invertiremo questi rapporti: l’ebbrezza sarà il risultato
della visione e dell’arte, e non il medium attraverso il
quale queste si esprimono. Ovvero, nella soluzione apollinea i contenuti
interni si scaricano nella visione, il sogno o l’opera d’arte
che è il suo equivalente, attraverso il medium della rappresentazione,
la quale si forma a sua volta elaborando le immagini che le erano state
trasmesse dall’esterno, e il risultato sarà l’ebbrezza. Quando
invece Nietzsche parla di ebbrezza associandola al dionisiaco, la confonde con
l’eccitamento che stordisce, il cui culmine è la perdita di conoscenza
dell’orgasmo. In entrambi i casi non si può parlare di “forze
artistiche che erompono dalla natura stessa, senza mediazione dell’artista
umano”, poiché l’unica natura che può creare un’arte è
proprio quella umana, a meno che con natura non s’intenda appunto quello
strato primario della psiche prima che venga mediato dalle influenze esterne.
Nella soluzione dionisiaca la scarica avviene prescindendo dai messaggi esterni
comunicati dalla vista, diremmo persino “chiudendo gli occhi”, come
fa spesso chi si concentra ascoltando la musica, e infatti nell’arte non
figurativa della musica le energie non si scaricano all’esterno
attraverso il ponte della visione, bensì si accumulano all’interno
potenziando una tensione la cui scarica è il black out, la macchia nera, ovvero
l’esatto contrario della visione. Come quando si mette a bollire una
pentola d’acqua, se la si lascia scoperta l’acqua evapora un pò
alla volta e “vola in cielo”, ma se la si chiude ermeticamente con
un coperchio la pressione accumulata si risolve in uno scoppio.
Noi, infatti, non definiremmo la musica un’arte, proprio perché il suo
scopo non è di mediare e sublimare, bensì di riallacciarsi a contenuti interni
amorfi per potenziarli e scaricarli, negando appunto la mediazione della
visione. Il dionisiaco allo stato puro non è arte, e nemmeno ebbrezza, poiché
queste categorie appartengono solo all’apollineo. Solo in una fusione tra
il potenziamento interno delle energie (la cui meta finale sarebbe stata
l’orgasmo) e la scarica esterna attraverso la visione, può prodursi arte,
ovvero solo quando le energie dionisiache vengono deviate dalla meta,
canalizzate, e completamente subordinate all’apollineo. In questo caso si
ottiene l’arte sublime, poiché la soluzione apollinea viene potenziata da
un contributo fresco ed esaltante di energia dionisiaca. Ma questo si ottiene
solo se il medium adoperato è quello apollineo della rappresentazione
figurata: la pittura, la scultura, l’architettura. Se il medium
adoperato è la musica, l’introduzione di visioni in quella che è una
provincia psichica appartenente alla sfera dionisiaca può solo deteriorarne la
qualità, che in questo caso sarebbe meglio definire “intensità”,
poiché viene impedito il potenziamento e l’accumularsi di quelle tensioni
che, non inibite nella meta, si sarebbero risolte nella scarica finale. La
parola stessa “qualità” possiede infatti una connotazione apollinea
in quanto implica una distillazione e una scelta.
Il chiudere gli occhi mentre si ascolta la musica ha lo scopo di impedire alle
immagini provenienti dall’esterno di mediare la tensione che si stà
accumulando all’interno. Se chi, mentre chiude gli occhi, traduce i suoni
in visione, come chi ascoltando la “Pastorale” di Bethoveen veda
prati, verdi pascoli o temporali, si sta abbandonando a una soluzione di
compromesso, in cui la tensione interna viene inibita nella meta e rivolta
verso l’esterno. Il compromesso viene consumato attraverso la continua
scarica di una parte delle energie verso l’esterno, e queste producono le
immagini, il cui scopo è impedire lo scoppio. Ma in questo caso il medium
apollineo della visione viene subordinato al dionisiaco, invece che
l’incontrario, e la soluzione dionisiaca perde d’intensità invece
di essere la soluzione apollinea a guadagnarne.
Nella realtà non può esserci musica dionisiaca allo stato puro, a meno chè
l’apice di ogni musica non si traduca in orgasmo, e una certa deviazione
energetica in rappresentazione diventa sempre un compromesso inevitabile.
Ma può darsi che un tempo le cose siano state
proprio così. Infatti Dioniso viene associato non solo alla musica ma
contemporaneamente anche al baccanale, alla danza orgiastica e alla tragedia.
Lo scopo della musica era appunto quello di accompagnare i sensi, insieme alla
danza, per potenziare il tutto nella scarica orgiastica. Danza, musica,
gioia-tragicità e orgasmo erano tutt’uno. E infatti Nietzsche aveva
intuito l’essenza del dionisiaco:
La musica, come la intendiamo oggi, è egualmente
un’eccitazione e una liberazione totale degli affetti, ma è tuttavia
soltanto l’avanzo di un mondo espressivo degli affetti molto più
completo, un mero residuum dell’istrionismo dionisiaco. Per
rendere possibile la musica come arte particolare, si è messa a tacere una
quantità di sensi, soprattutto la sensibilità muscolare (almeno relativamente,
giacchè in un certo grado ogni ritmo parla ancora ai nostri muscoli): così che
l’uomo più non imita né descrive subito corporalmente tutto ciò che
sente. Ciononostante è questo il normale stato propriamente dionisiaco, in ogni
caso lo stato originario; la musica è la sua differenziazione lentamente
raggiunta, a spese delle facoltà, strettamente affini (0p.cit).
Nietzsche stesso
implica che affinché la musica possa essere considerata arte particolare deve
rinunciare alla piena espressione che avrebbe raggiunto se, accompagnata dalla
sensibilità muscolare, le fosse stato permesso di arrivare alla scarica
orgiastica. Quindi aveva anche intuito che la vera musica, quella originale,
non è arte, e diventa tale solo in una soluzione di compromesso con
l’apollineo, dopo aver parzialmente inibito alcuni strumenti della
scarica come, per esempio, quella muscolare della danza.
Le Baccanti arrivavano all’orgasma per mezzo della musica e la danza, per
queste non avrebbe avuto nessun senso associare la musica all’arte,
mentre invece chi oggi sta seduto in una sala da concerti, già inibendo
l’attività muscolare si preclude un canale essenziale affinché la musica
che sente si traduca in orgasmo. Se poi accompagna i suoni a delle
rappresentazioni ecco che diverge ancora di più dall’immergersi nel senso
originale della musica. Senza rappresentazioni figurate non può esistere arte,
e quelle sono l’unico medium per questa. Chi oggi assista a un
concerto, precludendosi il canale dello sfogo muscolare, mette in atto anche
quel processo di sublimazione che se si fosse trattato di pittura di scultura o
di architettura al suo apice avrebbe potuto produrre un’opera
d’arte. Trattandosi di musica avviene ciononostante un processo di
sublimazione che, per potenziarsi al massimo nell’unico canale rimasto
libero, deve però rinunciare alla rappresentazione. Altrimenti la contamizione
dell’apollineo in una provincia psichica a lui estranea produrrà
un’ulteriore diluzione delle energie dionisiache canalizzandole verso il medium
apollineo. Con questo non intendiamo affatto sminuire l’intenso godimento
di chi oggi ascolti una composizione musicale, bensì sottolineare che questo
non è che la pallida eco di quello originale, quando tutti i sensi potevano
giungere ininibiti alla scarica e alla meta. Inoltre bisogna tenere presente
che ogni formazione di compromesso tra questi due poli, apollineo e dionisiaco,
producono un ibrido all’interno del quale le possibilità sono pressochè
infinite, a secondo della distribuzione quantitativa.
Tra orgasmo dionisiaco e ebbrezza apollinea le energie psichiche hanno un vasto
campo in cui distribuirsi alla ricercarca del soddisfacimento. Se chiudere
gli occhi mentre si ascolta la musica, può servire sia a precludere le
immagini, concentrando le energie verso l’interno, sia a provocarle,
canalizzando le energie in visione, in arte chiudere gli occhi può solo servire
a potenziare le immagini e la loro canalizzazione in visione.
Omero, il poeta apollineo par excellence è cieco.
E così anche Tiresia, l’indovino.
Non vedendo, Omero invita la Musa a potenziare le immagini al massimo, non
quelle reali che vengono dal mondo esterno e quindi possono solo inibire la
visione, bensì quelle interne. Omero non vede, lo schermo può solo riflettere
il prodotto della concentrazione della fantasia. Omero produce le immagini, e
racconta quello che vede. Essendo cieco può vedere quello che vuole, e così può
vedere di più. Lo stesso per Tiresia. La divinazione appartiene ad Apollo. Un
indovino è come un poeta: non vedendo quello che succede intorno a lui, può
vedere meglio quello che è lontano. Forse non è un caso se oggi la vendita di
biglietti della lotteria è spesso affidata ai ciechi. La fortuna, infatti, è
cieca, in quanto vede più lontano.
Dioniso e
“Es”
Freud nell’analizzare la
psiche umana isolerà un’istanza che ci ricorda in tutto le
caratteristiche del dio: non la chiamerà Dioniso bensì Es. Questo è quello che
ci dice di questa provincia psichica:
All’Es ci avvicinimo con paragoni: la chiamiamo un caos. Un crogiolo di eccitamenti ribollenti. Ce lo rappresentiamo come aperto alle estremità verso il somatico, da cui accoglie i bisogni pulsionali, i quali trovano dunque nell’Es la loro espressione psichica, non sappiamo però in quale substrato. Attingendo alle pulsioni, l’Es si riempe di energia, ma non possiede un’organizzazione, non esprime una volontà unitaria, ma solo lo sforzo di ottenere soddisfacimento per i bisogni pulsionali nell’osservanza del principio di piacere. Le leggi del pensiero logico non valgono per i processi dell’Es, soprattutto non vale il principio di contraddizione. Impulsi contrari sussistono uno accanto all’altro, senza annullarsi o diminuirsi a vicenda; tutt’al più, sotto la dominante costrizione economica di scaricare energia, convergono in formazioni di compromesso, non conosce né giudizi di valore, né il bene e il male, né la moralità. Il fattore economico o, se volete, quantitativo, strettamente connesso al principio di piacere, domina ivi tutti i processi. Investimenti pulsionali che esigono la scarica: a parer nostro nell’Es non c’è altro (“Introduzione alla Psicoanalisi”, in Opere, B.Boringhieri, Torino, Vol. 11, pp. 185-6).
Questa
descrizione è esattamente quello che corrisponde alla follia platonica e
nitzschiana. Se ritorniamo alle parole di Nietzsche: “Nello stato
dionisiaco per contro l’intero sistema degli affetti è eccitato e
potenziato, in modo che questo scarica in una volta tutti i suoi mezzi
espressivi”, pare proprio che entrambi stiano parlando della stessa cosa.
Il “non esprime una volontà unitaria” di Freud era stato per
contro: “un sentimento mistico di unità” per il primo, ma la
volontà unitaria di Freud, dal resto del contesto, va intesa come unitaria nel
senso della psiche nel suo complesso, ovvero l’Es non tende alla coerenza
con le altre istanze psichiche descritte, l’Io e il Super- Io . Per
quello che riguarda la meta delle pulsioni provenienti da questa provincia
psichica, quella della scarica, l’Es freudiano ci pare molto coerente nel
suo scopo. Se riesce a prescindere dalla funzione inibitoria delle altre
istanze psichiche con cui deve condividere il dominio della personalità, una
volta ottenuta la scarica “il senso mistico di unità” nietzschiano
è esattamente quello che viene raggiunto: questo infatti è il momento
dell’orgasmo, apice del fine dell’Es.
Ma in questa istanza, che Freud preferirà denominare “provincia
psichica”, per enfatizzare l’aspetto topico oltre a quello
economico, dalle sue stesse parole non era stato solo il dominio incontrastato
del principio di piacere bensì nelle sue strade aveva anche incontrato la
pulsione di morte e si era unito ad essa in un’unico impasto:
Eros e pulsione di morte lottano in esso…Potremmo
rappresentarci la situazione come se l’Es stesse sotto il dominio delle
mute ma possenti pulsioni di morte, le quali cercano la pace e si sforzano di
ridurre al silenzio, secondo l’indicazione del principio di piacere,
l’Eros turbolento
("L’Io e L’Es”, in op. cit. Vol. 9, p. 520).
Questa è la prima
volta in cui Freud allude alla morte non solo come risultato della pulsione
omonima, bensì anche come risultato di una richiesta dell’Eros stesso,
due anni dopo che la pulsione era stata isolata come istanza antitetica a
quella dell’Eros . Sette anni dopo, nel 1929, tornerà sulla natura di
questo strano impasto pulsionale:
Il nome libido
può ancora essere usato per le manifestazioni della forza dell’Eros, allo
scopo di distinguerle dall’energia della pulsione di morte. Dobbiamo
confessare che ci è molto più difficile cogliere quest’ultima, in un
certo senso la indoviniamo soltanto nello sfondo, dietro all’Eros, e
addirittura ci sfugge se non si svela frammichiandosi ad esso (“Il
disagio della civiltà”, in op. cit., vol. 10, p.608.)
Subito dopo
spiega come nel sadismo la pulsione di morte, altrimenti denominata anche
pulsione di distruzione , cavalchi l’Eros, sinonimo di libido, per
ottenere i suoi scopi. Con termini simili estenderà lo stesso concetto in
“Analisi terminabile e interminabile” e in “Compendio
di Psicanalisi” , dove intercala anche una frase interessante che forse
ci servirà in seguito: “Trattenere l’aggressività e comunque
malsano, porta alla malattia”. Nelle stesse pagine leggiamo: “Il diritto che ci arroghiamo di riferire alla libido le
tendenze aggressive è fondato sull’idea che il sadismo sia un impasto
pulsionale di tendenze meramente libidiche con altre tendenze meramente
distruttive, impasto che da quel momento in avanti non cesserà mai più di
esistere” . E ancora:
Il nocciolo del nostro essere è dunque formato
dall’Es oscuro, il quale non tratta direttamente con il mondo esterno e
anche alla nostra conoscenza diventa accessibile grazie alla mediazione di
un’altra istanza (l’Io). In questo Es sono all’opera le
pulsioni organiche, le quali sono composte a loro volta da miscele
variamente proporzionate di due forze originarie (Eros e distruzione)…le
autopercezioni (i sentimenti in genere e le sensazioni di piacere e dispiacere)
governano con dispotica violenza i decorsi dell’Es (op.cit. pp. 624-5).
Dunque l’Es
contiene dentro di se “l’Eros turbolento”, con le sue
“tendenze aggressive”, una pulsione di morte “che si impasta
con esso”, e l’Es è governato dalla loro “dispotica
violenza”. Teniamo a mente tutti questi concetti: senso mistico di
unità…sistema degli affetti eccitato e potenziato…scarica di
Nietzsche e quelli freudiani: caos...crogiolo di eccitamenti
ribollenti…costrizione economica di scaricare energia…possenti
pulsione di morte…Eros turbolento. Vediamo adesso cosa Freud stesso
aveva detto molti anni prima del pasto totemico:
Immaginiamoci ora la scena di un pasto
totemico…Ecco il clan, che in una circostanza solenne uccide con
efferatezza e divora crudo il suo animale totemico, carne, sangue e ossa; ci
sono tutti i membri del clan che, travestiti a somiglianza del totem, ne
imitano la voce e i movimenti come se volessero accentuare la loro identità con
lui…Dopo il fatto, l’animale ucciso viene pianto e compianto(Totem e Tabu’, IV,5).
Ovvero
l’atto orgiastico di cannibalismo viene accompagnato da alte grida e
pianti e movimenti di pantomima che saranno anche i primi passi di danza.
Reik ha analizzato per esteso lo Shofar, il corno rituale ebraico, il corno di
ariete o di capro, che esattamente come per i greci era l’arcaico totem
tribale ("Lo Shofar", in Il rito religioso, Boringhieri,
Torino 1969; cfr: Iakov Levi, Il silenzio e la parola). Nel suo esteso lavoro riesce a provare,
a nostro avviso in maniera convincente, come la musica sia nata
dall’imitazione del suono del lamento della bestia uccisa. Dalla
descrizione di Freud dell’orda primitiva, prima del primo delitto
commesso dall’umanità esistevano bande di giovani maschi che vagavano
inibiti dalle femmine dalla potenza paterna, e vivevano in una continua e
completa frustrazione pulsionale, come succede anche oggi nelle orde di primati
e di mammiferi dove il maschio più forte scaccia dal branco i maschi più
giovani e rimane l’unico padrone delle femmine. Riprendendo la
similitudine di prima possiamo paragonare nuovamente la situazione a quella in
cui nella pentola delle pulsioni provenenti dall’Es viene messo il
coperchio ermetico rappresentato dalla forza del capo dell’orda. Un
giorno tutti gli elementi che erano stati compressi in questa pentola: caos, crogiolo
di eccitamenti ribollenti, costrizione economica di scaricare energie, possenti
pulsioni di morte, Eros turbolento, tendenze libidiche e distruttive,
provocarono lo scoppio che fece saltare il coperchio dell’unica forza
inibitrice, che fino a quel momento era stata esclusivamente esterna e
rappresentata dalla potenza del padre dell’orda, il maschio più forte.
Il risultato fu il parricidio e l’atto cannibalistico che condensano in
se sia la pulsione di morte, che la libidine dell’Eros nell’impasto
pulsionale del sadismo orale verso il corpo del padre. Con la pantomima
dell’agonia del mostro e l’imitazione del suono della sua voce
nacquero la musica e i primi passi di danza. Mentre danzavano urlando con pezzi
sanguinolenti del corpo paterno ancora in bocca, avvenne quel senso mistico di
unità, di cui parla Nietzsche associandolo a Dioniso, con tutto il sistema
degli affetti eccitato e potenziato al massimo. La scarica motoria era stata
ottenuta attraverso la prima musica e la danza orgiastica, che Nietzsche aveva percepito
essere elementi mancanti nella musica che ne derivò da allora: “...di sensi, soprattutto la sensibilità muscolare
(almeno relativamente, giacchè in un certo grado ogni ritmo parla ancora ai
nostri muscoli): così che l’uomo più non imita né descrive subito
corporalmente tutto ciò che sente...” (supra).
La prima co-munione di cui parla Freud .
Poiché la causa dell’esplosione era stata l’inibizione forzata dal
corpo delle femmine possiamo supporre che in concomitanza al sopraffacimento
del capo dell’orda sia avvenuta anche l’orgia liberatoria. Dopo
aver dato espressione alla sessualità orale e motoria nell’aggresività
sadica verso il corpo del padre e nella danza in un unico impasto, avvenne
anche la scarica genitale. Lo scoppio rappresentò quindi l’espressione di
tutto quello che c’è nell’Es, l’apologia della liberazione da
qualsiasi inibizione, a ogni livello. Tutte le orge che avvennero da allora non
poterono essere che un pallidissimo tentativo di imitazione di quella
originale, poiché solo in quel momento non esisteva ancora alcuna istanza
interna che facesse da inibizione. Anche il pasto totemico, che venne dopo, e
che fu la prima rappresentazione teatrale dell’umanità, non potè essere
altro che una pallida eco dell’azione originale.
Le sofferenze di Dioniso
I miti orfici, che
rappresentano la versione più arcaica dei miti greci, così descrivono il
pasto totemico di Dioniso:
I Titani arrivarono come morti dagli Inferi, dove Zeus li aveva relegati, colsero di sorpresa il bambino che giocava, lo lacerarono, lo tagliarono in sette pezzi e li gettarono in una caldaia che stava in un tripode. Quando la carne fu cotta, essi incominciarono ad arrostirla su sette piedi. Secondo una delle versioni le membra cotte del dio furono sepolte e da esse nacque la vite. Anche i seguaci di Orfeo dicevano che l’ultimo dono di Dioniso sarebbe stato il vino e chiamavano lui stesso Eno, “vino” (Karoly Kerenyi, Gli Dei della Grecia, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 210).
Più tardi
risorse, con l’aiuto di Demetra che ne raccolse i pezzi. Questo mito
ricorda in tutto i riti del pasto totemico tribale , in cui viene ripetuta la
cerimonia di uccisione del totem e la sua incorporazione, attraverso il pasto
cannibalistico.
Nei riti della pubertà delle tribù selvagge avviene una ripetizione simbolica
del pasto totemico in cui l’iniziato condensa in sé sia la figura del
padre, che viene simbolicamente ucciso, sia quella dell’uccisore che ne
espia la pena. Dalla morte simbolica risusciterà purificato . Vedremo in
seguito come il vino, che fu “l’ultimo dono di Dioniso” si
ricolleghi al rito cristiano dell’Eucaristia .
I greci divinizzarono sia la sfrenatezza del dio che l’inevitabile
espiazione. Invece di rimuovere le pulsioni antisociali, davano loro piena
espressione nella fantasia e nel mito, accettando anche il dolore che questo
implicava. Così il mito di Dioniso condensa sia le pulsioni erotiche più
primarie e sfrenate, sia la passione dell’espiazione, ricalcando i
contenuti mentali degli arcaici riti tribali del pasto totemico e d’
iniziazione puberale.
Gli antichi, come le tribù primitive prima di loro e dei giorni nostri,
concepivano l’esistenza come un’equazione , in cui gli opposti si
fondono in un’unica equivalenza, e non a modo nostro, come una dialettica
di concetti che si escludono tra di loro .
Apollo non era, all’inizio, il contrario di Dioniso, bensì l’altro
aspetto, e questi due dei, insieme, davano espressione alla realtà esistenziale
percepita dai greci. Le pulsioni incontrollate, personificate da Dioniso, non
rappresentavano un polo morale, o meglio, come si direbbe oggi, immorale, bensì
erano accettate per quello che sono: una parte del proprio sé. Era
l’altra faccia della moneta di Apollo. La scissione di un unico concetto,
sintesi di questa realtà esistenziale, in due parametri divergenti fino
all’antitesi, è uno sviluppo posteriore che porterà al platonismo e,
finalmente, all’idea di bene e male del cristianesimo, che sarà il
culmine di questa evoluzione.
Dioniso aveva aspetti molto diversi. In forma umana lo si rappresentava con una
maschera barbuta. Era associato a Pan e ai piccoli Pan, gli dei fallici e
pelosi della foresta. Il dio era l’antitesi della bellezza apollinea
dalle proporzioni plastiche perfette, e rappresentava gli eccessi, l’ebbrezza,
la sfrenatezza, la perdita di controllo e l’orgiastico. Durante le feste
in suo onore le Bacchanalia (Dyonisia) le donne abbandonavano le proprie
famiglie, andavano sui monti vestite di pelli di fauno e gridavano
“Euoi”, il grido rituale . Formavano delle bande sacre (thyasi) e
danzavano alla luce di fiaccole al ritmo del flauto e del tympanon. Mentre
erano sotto l’ispirazione del dio avevano forze occulte, l’abilità
d’incantare i serpenti, e forze sovrumane che permettevano loro di dilaniare
animali vivi e sbranarli (omophagia) . Le Baccanti gridavano il suo nome come
Bromios (il tuonante), Taurokeros (dalle corna di toro), Tauroprosopos (dalla
faccia di toro), nella credenza che incarnasse un animale sacrificale .
Appariva spesso in veste di vari animali, tutti pelosi e generalmente
selvatici.
Nelle raffigurazioni arcaiche viene rappresentato come un uomo barbuto, un
Sileno, e solo in epoca ellenista, quando Apollo avrà preso definitivamente la
preminenza, come un giovane effeminato. Gli artisti rappresentavano i satiri
con peni esuberanti e ci sono pitture vasarie del VI e V secolo che li
rappresentano con erezioni della grossezza di un braccio e persino, in una di
queste rappresentazioni, uno che tiene in equilibrio sul pene in erezione una
coppia in una scena di convivialità sfrenata; anche nelle commedie di satiri il
pene portato dai membri del coro era in erezione . Alcune feste greche,
comprese le Dionisiache cittadine e le Dionisiache rurali in Attica,
comprendevano una processione in cui veniva portato un fallo (ossia un pene in
erezione) in onore di Dioniso .
Dioniso -- Pan, che come vedremo in seguito aveva anticipato Apollo nelle
nebbie delle steppe che avevano preceduto l’Olimpo greco, condensa
l’antitesi di quelle che saranno le peculiarità del dio delfico, e
simboleggia l’alter ego delle soluzioni apollinee. In questo contesto la
bellezza plastica e l’armonia delle forme di Apollo sono anche la
rappresentazione figurata della sua contenutezza e il raggiungimento
dell’equilibrio energetico sublimato, l’ideale, e Dioniso la sua
antitesi, entrambi divini poiché questi sono i due poli di un’unica
equivalenza. Ma in concomitanza allo sviluppo della società greca in società
apollinea, con la rimozione completa della propria realtà esistenziale tribale,
si creò una scissione tra le due divinità che assunse una connotazione
normativa. Apollo diventò, quindi, sempre di più, anche il simbolo di un ordine
morale. Con il progredire dei secoli, la divergenza tra questi due dei si
accentuò sempre di più, fino a diventare il simbolo, uno del bene assoluto,
l’altro del male assoluto. Il cristianesimo spinse questa divergenza, da
quella che una volta era stata un’equivalenza, ai suoi estremi, fino a
tradurre l’immagine di Apollo, astro principale dell’universo, in
quella del Cristo, e quella di Dioniso, demone caprino e peloso dagli istinti
sfrenati, in quella del Diavolo. Simbolo di luce e di giustizia e, quindi, di
equilibrio e di moralità l’uno; simbolo di oscure macchinazioni e,
quindi, di sfrenatezza e d’immoralità, l’altro.
Apollo e “Io”
Abbiamo visto come alla figura di
Dioniso e ai suoi contenuti nell’ambito della psicologia sociale
corrispondesse un’istanza psichica ben definita. Vediamo ora quali sono i
contenuti che ci riflette lo specchio dell’immagine di Apollo.
Caratterizzando l’Io, Freud dice:
Questo sistema è rivolto verso il mondo esterno, fa da intermediario alle percezioni che ne provengono, e in esso sorge, nel corso del funzionamento, il fenomeno della coscienza. È l’organo sensorio dell’intero apparato, ricettivo del resto non solo agli eccitamenti provenienti dall’esterno, ma anche a quelli che provengono dall’interno della vita psichica. La concezione secondo cui l’Io è quella parte dell’Es che è stata modificata dalla vicinanza e dall’influsso del mondo esterno, non ha quasi bisogno di essere giustificata: è questa la parte predisposta per la ricezione degli stimoli e per la protezione dagli stessi, paragonabile allo strato corticale di cui si circonda il grumo di materia vivente. Il rapporto con il mondo esterno è diventato decisivo per l’Io, il quale si è assunto il compito di rappresentarlo presso l’Es (“Introduzione alla Psicanalisi”, in op.cit.,Vol.11, pp.186-7).
Se confrontiamo
la descrizione data da Nietzsche (p.2) riconosciamo facilmente i contenuti
della figura del dio delfico con quelli dell’istanza psichica descritta
da Freud. Il dio che è un organo sensorio, l’occhio che tutto vede,
quello che succede all’esterno e lo comunica all’interno, e che
proietta i contenuti psichici interni sullo schermo delle percezioni esterne.
Nell’Io la pulsione si trasforma in rappresentazione , la media e
sublimandola può trasformarla in arte. Ed ecco l’ebbrezza, che Nietzsche
aveva concesso anche ad Apollo e non più solo a Dioniso. Le stesse energie
pulsionali che procuravano le “visioni e allucinazioni che si
comunicavano a intere comunità, a intere adunanze cultuali” menzionate
parlando del dio caprino, e invero l’allucinazione appartiene alla sfera
dell’Es, mediate e censurate dall’Io si tramutano in sogni e
il sogno, a differenza dell’allucinazione, appartiene ad Apollo. Anche
nel contesto delle istanze psichiche vediamo dunque che i due dei erano stati
all’inizio uno solo:
Chiamiamo Es la più antica di queste province o istanze
psichiche: suo contenuto è tutto cò che ereditato, presente fin dalla nascita,
stabilito per costituzione, innanzi tutto dunque le pulsioni che traggono
origine dall’organizzazione corporea e che trovano qui in forme che non
conosciamo una prima espressione psichica. Sotto l’influsso del mondo
esterno reale che ci circonda una parte dell’Es ha subito
un’evoluzione particolare. Da quello che era in origine lo strato
corticale munito degli organi per la ricezione degli stimoli, nonchè dei
dispositivi che fungono da scudo protettivo contro gli stimoli, si è sviluppata
una particolare organizzazione che media da allora in poi fra Es e mondo
esterno. Questa regione della nostra vita psichica l’abbiamo chiamata Io (“Compendio di Psicanalisi”,
in op. cit., Vol. 11, pp. 572-3).
e ancora: “Uno sguardo retrospettivo alla
storia evolutiva della persona e del suo apparato psichico ci permette di
stabilire nell’Es un’importante distinzione. Originariamente tutto
era Es, l’Io si è sviluppato dall’Es per influsso persistente del
mondo esterno” . Erodoto ci aveva detto che Oro (Apollo) era
figlio di Osiride (Dioniso) (Hist., II/144), ovvero veniva dopo di lui,
e ora Freud ci conferma lo stesso con le sue parole: l’Io nasce
dall’Es, sotto l’influenza del mondo esterno (l’educazione).
Il mondo esterno, che nelle pagine precedenti abbiamo chiamato
“l’educazione di Apollo”, media e filtra le pulsioni e le
trasforma in sublimazione, in arte. Le energie filtrate e sublimate conservano,
arrivando alla meta della rappresentazione, una carica sufficente per produrre
l’ebbrezza di Apollo, quella di cui Nietzsche parla e concede anche al
dio delfico. Questa non è la stessa ebbrezza della scarica nella sua epifania
dionisiaca, quella bestiale che si traduce nel grido orgiastico dell’orgasmo,
bensì quella della contemplazione, uno stato di godimento celestiale,
paradisiaco, che può essere molto intenso ma da un punto di vista topico si
trova all’altro polo.
Questa è la “sindrome di Stendhal”, quello strano fenomeno da cui
sono colpiti alcuni spettatori quando si trovano difronte a opere d’arte
dall’effetto travolgente. In questi casi l’intensità
dell’ebbrezza si traduce nello “star male” e nel
“sentirsi mancare”.
Il concetto di una sublimazione che canalizza le energie dionisiache
distillandole e depurandole fino al raggiungimento della loro meta, questa
volta verso l’esterno invece che compressa verso l’interno, era
stato sintetizzato da Nietzsche nella formula “ebbrezza di Apollo”.
Freud, all’intuizione folgorante, contrapponeva un lungo lavoro empirico
ma le sue conclusioni sono le stesse:
Come da tempo abbiamo appreso, l’arte offre soddisfacimenti sostitutivi per le più antiche rinunce imposte alla civiltà e contribuisce perciò come null’altro a riconciliare l’uomo con i sacrifici da lui sostenuti in nome della civiltà stessa. Le creazioni dell’arte promuovono d’altronde i sentimenti d’identificazione, di cui ogni ambito civile ha tanto bisogno, consentendo sensazioni universalmente condivise e apprezzate: esse giovano però anche al soddisfacimento narcisistico allorchè raffigurano le realizzazioni di una certa civiltà alludendo in modo efficace ai suoi ideali (“L’Avvenire di un’Illusione”, in op. cit., Vol. 10, pp.443-4).
Rinuncia –
sacrificio - soddisfacimento sostitutivo – riconciliazione - identificazione,
sono esattamente gli stadi che dal rito di pubertà tribale e fino agli apici
della civilizzazione e della religione portano il singolo a far parte della
collettività, sia questa un clan selvaggio o l’ecumene cattolica che
vuole abbracciare tutta l’umanità.
L’ebbrezza apollinea è infatti anche quella promessa dal Cristo-Apollo ai
suoi fedeli. Arte ed estasi religiosa si fondono nel nirvana della
contemplazione in paradiso, meta estrema di qualsiasi sublimazione; il veicolo
è la fede che annette a se il rito tribale, si fonde con esso, ma anche lo
sostituisce. L’Eucarestia, il pasto totemico dionisiaco, attraverso il
veicolo della fede apollinea, distilla il rito tribale mantenendone il nucleo e
lo espande in forma sublimata a tutta l’umanità attraverso il veicolo
delle rappresentazioni figurate del dio delfico.
L’ebbrezza dell’arte e della contemplazione di Apollo era
cominciata molti secoli prima nella foresta dove lo stregone, minacciando i
giovani iniziati da dietro la sua maschera terrificante, li induceva a
trattenere le pulsioni e a frenarle, con le parole di Freud a proposito
dell’Io: “…domina gli accessi alla motilità, ma ha inserito
tra bisogno e azione la dilazione dell’attività del pensiero”
. Il primo Io, “l’influsso persistente del mondo esterno"
(supra) era stato dunque lo stregone, il rappresentante della generazione dei
padri, che aveva indotto il bisogno (la pulsione) a fare una pausa, a
dilazionare l’azione e a rinunciarvi fino a che questa non avesse trovato
il giusto canale per esprimersi. L’ultimo Io è il Cristo-Apollo, dio
dell’ebbrezza consumata attraverso la luce, la contemplazione, la fede e
l’arte.
Cominciano così a diventarci chiari i contenuti del cattolicesimo e il perché
possano manifestarsi solo attraverso le rappresentazioni figurate.
Padri e figli
Se, come sostiene Freud, l’inizio di ogni religione, organizzazione
sociale e moralità è nel pasto totemico , di cui ci parla anche il mito orfico
dello sbranamento di Dioniso, questi era invero il primo e unico dio delle
arcaiche tribù greche e quindi comprendeva nella propria figura tutto il bene e
il male, il bello e il brutto esistente, la sacralità, il sacer, che era sia
sacro che maledetto. L’animale totemico della tribù greca principale era
sicuramente il capro, poiché come tale è rappresentato il dio, fino ancora
nella tragedia eschilea dove il coro era rappresentato da capri. Ma
probabilmente altri clan, che si fusero in quelli che saranno i greci, avevano
altri animali totemici. Infatti, come abbiamo visto sopra, le baccanti
chiamavano il dio Taurokeros e Tauroprosopos. Quindi un altro clan, forse
anch’esso uno dei più forti, aveva il toro come animale totemico . Il
mito greco di Teseo che uccide il Minotauro è certamente la traccia mnestica
del totem del toro, che rappresenta il padre ucciso dall’eroe. Questa
traccia continuò a persistere fino al culto di Mitra, nel primo
secolo della nostra era, dove il sacerdote uccideva infatti un toro. Inoltre
Dioniso era rappresentato spesso nella forma di altri animali selvatici.
La Corrida, in cui il vicario della congregazione uccide il toro, simbolo del
Padre, non è altro che la continuazione della tragedia greca che era stata a
sua volta la transfigurazione del rito totemico primordiale. Il pubblico balza
in piedi estasiato ogni volta che il torero, trasfigurazione dell’eroe
arcaico, commette qualche prodezza o atto di sfida verso la tirannia paterna, e
grida “Oleh”, ovvero “Oh – Allah”. L’estasi
nel vedere il Padre sfidato e ucciso, è parallela a quella descritta da Freud
in “Totem e tabù”. La Corrida va fatta risalire infatti
all’influenza araba, ma se non ci fosse stato uno strato psichico
parallelo nella psiche occidentale, il rito sarebbe caduto in disuso con la
Reconquesta, invece di acquistare sempre nuova vitalità.
La figura di Apollo fu dunque un’epifania che si aggiunse alla figura del
dio in un’unica sintesi solo in un secondo stadio, probabilmente quando
le tribù ancora amorfe agli albori della storia cominciarono ad acquistare
quelle peculiarità che ci permettono di definirle come tribù greche e
inizieranno, in seguito, ad accennare i primi esitanti passi sulla lunga strada
della civilizzazione.
Forse Apollo fu invero il primo dio greco, nel vero senso della parola, ovvero
da quando i greci avevano già preso quella forma culturale che ci permette di
definirli chiaramente come tali., ma non fu certamente il primo dio dei
progenitori di quelle che sarebbero state le tribù achee e doriche: questo fu
il totem, il capro Dioniso, di cui i miti orfici conservavano ancora le tracce
mnestiche. Nella psiche occidentale l’immagine di Apollo è sempre stata
associata alla grecità stessa, e questa a civilizzazione, ovvero al superamento
di strutture sociali e mentali arcaiche. E adesso ci pare di poter seguire con
passo più sicuro l’evoluzione che subì la psiche greca.
Il capro era il totem dei primogenitori delle antiche tribù greche, in realtà
il primo dio dell’Occidente. Quando queste cominciarono a uscire dagli
stadi più primitivi della loro evoluzione furono creati anche i primi miti. Le
tracce mnestiche dell’antico pasto totemico e dei riti
d’iniziazione puberali, in cui il novizio viene ucciso e rinasce in
un’unica consustazione con il padre dell’orda, rimasero nei miti
orfici che ci raccontano di un dio-bambino nato e risorto, che prese il nome di
Dioniso. Il mito, come ha chiarito per primo il grande studioso di mitologia
semitica del secolo scorso Robertson Smith, è solamente una storia che viene a
spiegare un rito che lo precedeva e di cui è stato rimosso il significato. La
mitologia, che in tutte le forme di culto dell’antichità prende il posto
di quello che alla fine del processo sarà il dogma, a differenza di questo non
aveva una garanzia sacra, né la capacità di impegnare i fedeli. I miti facevano
semplicemente parte dell’apparato dei vari culti. All’individuo
veniva offerta la possibilità di scegliere tra le differenti versioni dello
stesso avvenimento ed a nessuno importava quello che egli scegliesse. Non era
obbligatorio credere a un determinato mito. Ciò che si richiedeva era
l’esatta esecuzione degli atti sacri, i riti. In breve il mito deriva dal
rito e non l’incontrario: le cerimonie erano stabilite e i miti
differenti . Frazer che ha studiato attentamente i riti delle tribù selvagge
odierne è arrivato alla stessa conclusione: “il
rituale può essere all’origine mito, il padre di esso, ma non può essere
una sua creatura…mentre ci sono molti casi in cui un mito è stato
costituito per spiegare un rito, sarebbe difficile trovarne uno in cui il mito
abbia dato origine a un rito” (The Golden Bough, London
1919).
Anche in questo caso, quindi, il mito orfico di Dioniso sbranato dai Titani e
ricomposto da Demetra è la storia di un rito, il cui vero significato era stato
rimosso: quello del capro ucciso e divorato nel rito del pasto totemico. Nei
riti della pubertà delle tribù selvagge tutti i contenuti del pasto totemico
vengono ri-rappresentati nella saga iniziatica di morte e resurrezione dei
novizi. Ma nei riti della pubertà i giovani non vengono solo uccisi simbolicamente
e rinascono, come il giovane Dioniso, bensì vengono anche minacciati ed
educati dagli adulti della tribù che, attraverso i riti terrificanti, li
inducono a rimuovere le loro pulsioni anti-sociali e ad identificarsi con la
generazione dei padri .
Quando la religione delle primitive tribù greche si evolse da totemismo in
politeismo, le tracce mnestiche degli adulti che terrorizzavano i giovani nel
bosco durante il rito, minacciandoli di morte mentre contemporaneamente li
istruivano sui segreti della tribù, si trasfusero nella figura di un dio,
questa volta Apollo. I segreti tribali, i tabù, insegnati dagli adulti in
questi riti, dopo secoli in cui erano stati nel frattempo dimenticati, si
trasfigurano negli enigmi proposti dal dio delfico. Nel bosco i giovani
venivano ammoniti a non rivelarli alle donne e ai bambini, poiché non essendo
stati iniziati non ne erano degni e venendone a conoscenza sarebbero morti; nel
tempio di Apollo il dio si rivela da dietro la maschera dell’enigma e la
sua iniziazione si trasfigura in sapienza.
Il rito della pubertà che nella foresta cominciava quando gli adulti
minacciavano i giovani nascondendosi dietro a delle maschere terrificanti
si concludevano quando queste cadevano e i padri della tribù si rivelavano agli
iniziati accettandoli nella loro società. Questa è anche la prima verità, il
volto dei padri del clan, l’identificazione con la generazione degli
adulti e l’apprendimento dei loro segreti. Questo è anche il nucleo delle
religioni ri-velate poiché rivelare significa togliere il velo, la maschera.
Vedendo il vero volto dei padri, personificazione della morale (verità) della
tribù, e identificandosi con loro, venivano fatti partecipi e diventavano loro
stessi padri-detentori della verità, tramandatasi da padre in figlio.
Questa è l’iniziazione di Apollo e la sua verità: una conoscenza
insegnata di generazione in generazione. La sua antitesi è la conoscenza
dionisiaca, che riconosce solo gli insegnamenti, i messaggi, della propria
immanenza esistenziale pulsionale, quelli dell’Es. Non c’è posto
per gli adulti e i loro veli nell’iniziazione dionisiaca: questa rifiuta
le tradizioni dei padri ed è fine a sè stessa. Le tracce della natura originale
di Apollo si trovano ancora nell’Iliade, dove il dio, con il suo arco
terribile fa strage nel campo degli Achei, accampati intorno alle mura di
Troia. Questo è ancora l’unico Apollo conosciuto dalla civiltà greca dei
tempi di Omero, quello che colpisce da lontano( Il., I/1) con il suo arco e le
sue frecce. Colui che fa sentire gli uomini consapevoli della propria colpa e
li purifica; colui che presiede alle leggi religiose e alla costituzione di
città . Il suo secondo nome, Febo, significa “lucente”,
“puro” . Come la purificazione è lo scopo del rito iniziatico
puberale. La rinascita che purifica, come questa avviene nel miqwe, il bagno
rituale ebraico, e nel battesimo cristiano. Sua quindi è la Legge dei tempi
antichi, quella imposta da padre in figlio, prima che nascano le prime
istituzioni politiche.
Solo dal V secolo in poi i greci cominceranno ad identificare il dio delfico
con il sole .
Apollo non è solo il dio che minaccia ma anche il protettore dei ragazzi,
l’educatore e, dall’ottavo secolo in poi, si evolve a dio
della sapienza : il suo oracolo porrà i quesiti e gli enigmi, come i maestri di
scuola interrogano gli allievi e come nelle tribù selvagge gli adulti e lo
stregone prima minacciano i giovani di morte e poi li istruiscono sui segreti
del clan. L’aveva detto anche il più saggio di tutti gli uomini, il re
Salomone: “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto
a correggerlo” (Prov.13,24). Come nei riti della pubertà i giovani si
identificano con gli adulti e ne imparano la sapienza così questi si
identificano con i giovani e diventano un’unica entità . Un unico corpo
in grazia del sangue comune versato . Ed ecco che Apollo stesso è un dio
giovane, protettore dei fanciulli ma fanciullo lui stesso.
Salomone, il più saggio degli uomini, lo aveva detto anche lui: “Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre e fate
attenzione per conoscere la verità poiché io vi do una buona dottrina; non
abbandonate il mio insegnamento. Anch’io sono stato un figlio per mio
padre…” (Prov., 4,1-3). Un dio-figlio, parallelo di Apollo,
che aveva ricevuto la Saggezza dal Signore (I, Re, 10,23-4)
Non ci deve meravigliare, dunque, se Dioniso ed Apollo all’inizio
appaiono in un’unica consustanzialità: insieme riassumono e condensano
tutti gli stadi della realtà esistenziale umana: immersione nello sfogo
pulsionale il primo, come questo trova la sua espressione nel pasto totemico, e
inibizione e sublimazione il secondo, come viene “insegnato” ai
giovani durante i riti della pubertà iniziatica. Con le parole di Reik:
Difficilmente si può sopravvalutare, nella vita religiosa e nell’ordine sociale dei popoli primitivi, il significato dei riti d’iniziazione e della pubertà, con il loro cerimoniale elaborato e suggestivo…Sono per la massima parte più imponenti e durano più a lungo che le celebrazioni del matrimonio. La loro importanza è comprensibile se teniamo presente che i riti della pubertà non soltanto segnano un’epoca della vita bensì indicano che è giunta l’età in cui e legalmente permesso il rapporto sessuale e la procreazione dei figli; che essi iniziano il giovane alle cerimonie religiose; e gli conferiscono tutti i diritti e gli impongono tutti i doveri che valgono per i membri adulti della tribù (Reik, op.cit, p.103).
Ci pare di avere
scoperto il motivo per il quale fu Apollo che divenne il dio civilizzatore e
non Dioniso. Il dio caprino infatti rimase l’immagine del dio-Padre
dio-Figlio in un’unica condensazione, ma rimase privo di qualsiasi
connotazione educativa. In una delle immagini della sintesi del mito muore
bambino, non raggiunge mai lo stadio della pubertà e dell’educazione,
ovvero della sublimazione delle pulsioni aggressive e incestuose. Senza la
canalizzazione di queste in mete socialmente accettabili non può accedere alla
società degli adulti: il suo rito rimane chiuso, circoscritto a uno sfogo pulsionale
fine a sè stesso, come lo sono le pulsioni della primissima infanzia prima
della formazione di un “Io” inibitore.
Il dio rappresenta l’epifania della conoscenza non mediata, immanente, il
suo culto è l’orgia, con le parole di Nietzsche: “l’intero sistema degli affetti è eccitato e
potenziato, in modo che questo scarica in una volta tutti i suoi mezzi
espressivi”(p.2), e di conseguenza è il dio dell’anti-
socialità. L’iniziazione ai riti dionisiaci non ha niente a che fare,
infatti, con riti d’iniziazione puberali, attraverso i quali avviene
un’iniziazione sociale sotto le insegne dell’immagine di Apollo.
I riti dionisiaci non sono altro che uno sfogo pulsionale, un’orgia, e
Dioniso è il dio sotto l’insegna del quale è tutto permesso. Mentre gli
iniziati di Apollo imparano la saggezza, attraverso l’azione
civilizzatrice sotto gli auspici del dio, gli iniziati di Dioniso disimparano
momentaneamente qualsiasi inibizione per poter permettersi lo sfogo pulsionale
non-mediato. L’immagine proiettata sullo schermo esterno della psiche è
quello di un capro selvaggio che viene lacerato e divorato in un’orgia
che condensa tutta l’essenza pulsionale: l’Es allo stato puro,
distillato dalla presenza opprimente della civilizzazione.
Questo è anche il momento della scissione. Un unico dio si scinde in due volti
diversi, prima in un’unica consustanzialità, gradualmente in due divinità
antitetiche. Dioniso rimane il dio delle prime pulsioni, antecedenti il crollo
del complesso di Edipo dopo il quarto anno di età, e Apollo rappresenta la
fioritura puberale, dopo il periodo di latenza , e la sua
inibizione-sublimazione.
Una traccia mnestica che Dioniso abbia preceduto Apollo, e che il secondo sia
stato all’inizio un dio-figlio, come il primo era stato il totem, primo
padre della stirpe, la troviamo in Erodoto. Il padre della storia infatti dice:
“Ultimo, avrebbe regnato sull’Egitto Oro, figlio di Osiride, quello
che i greci chiamano Apollo: egli, dopo aver detronizzato Tifone, fu
l’ultimo che dominò il paese. Osiride in lingua greca, è
Dioniso”(Hist., II/144). Quindi Apollo (Oro) era figlio di Dioniso
(Osiride) e regnò per ultimo, ovvero lo sostituì come insegna sotto la quale si
sviluppò tutta la civiltà greca.Negli stessi miti orfici greci troviamo
un’allusione molto illuminante sul rapporto tra Dioniso e Apollo. Dioniso
infatti è un bambino che nasce da Persefone dopo che era stata rapita da Ade,
il quale a sua volta non era altro che il nome di Zeus stesso come Zeus
sotterraneo o Katachthonios. Inoltre Dioniso appare come bambino e come secondo
Zeus, con le parole di Kerenyi:
In altre storie egli [Dioniso] figurava come figlio di
Persefone e veniva indicato con l’epiteto Chthonio [come Zeus]...Il padre
del bambino viene chiamato anche Ades.... Il nome stesso Ades, esprimeva
soltanto qualcosa di negativo, adatto all’incolore quadro degli inferi e
indicava uno solo degli aspetti di un grande dio. Ma si sa che allo sposo di
Persefone spettava anche il nome di Zeus Katachthonios, “Zeus
sotterraneo”. Quale Katachtonios, Zeus era il padre del Dioniso
sotterraneo. Nella stessa qualità egli si chiamava anche Zagreo, “il
grande cacciatore” e così si chiamava anche suo figlio. Tale identità è
già stata menzionata a proposito di Zeus... Si riconoscono i due volti che
anche Zeus mostrava: il volto del padre e dello sposo da un lato, quello del
figlio e del bambino divino dall’altro. Non soltanto Zeus e Dioniso
avevano questo doppio volto nella nostra mitologia, ma nessun altro dio
sembrava quanto Dioniso un secondo Zeus (K.Kerenyi, Gli Dei della Grecia, Il Saggiatore, Milano 1962,
p.207).
Dioniso era,
dunque, un secondo Zeus, e questi era il padre di Apollo.
La tradizione orfica rappresenta la traccia mnestica di un arcaico dio padre,
il capro, che con l’evoluzione della società greca da totemistica-tribale
a politeista si era trasfigurata in Dioniso. Ma questo era anche un dio
bambino, quindi dovettero creare un’altra figura divina per esprimere
l’altro aspetto della condensazione, ed ecco che viene creato Zeus per
rappresentare la figura del dio-Padre. Il capro-Dioniso rimase in terra e il
suo aspetto di Padre venne proiettato al regno dei cieli con il nome di Zeus.
Il mito orfico conserva ancora la condensazione, e il volto di Dioniso è ancora
lo stesso di Zeus. Inoltre Dioniso bambino è raffigurato nel mito orfico che
nasce “in una grotta in cui si vede il letto in cui la dea ha appena dato
alla luce il bambino cornuto: a questo attributo si riconosce il figlio di
Persefone”. Il bambino cornuto è rappresentato subito dopo la nascita su
un trono, come re del mondo e circondato da balocchi. Nel cristianesimo la
stessa immagine riemergerà nella scena della Natività, in una grotta, partorito
da una dea vergine, Persefone, che nel mito orfico viene fecondata da
Zeus sotto forma di serpente . Ovvero la stessa condensazione di dio -- Padre e
dio – Bambino. L’unica differrenza è che Gesù apparentemente non
aveva le corna. Queste invero, come nel lavoro di spostamento e condensazione
che avviene nei sogni, furono trasferite al bue che scalda il Bambino nella
greppia, e l’allusione allo sbranamento di Dioniso emerge nella
mangiatoia stessa, dove egli viene depositato. Tutti gli elementi
dell’arcaico totemismo occidentale appaiono nella raffigurazione della
Natività, attraverso un processo di regressione che sarà l’araldo del
crollo del mondo antico.
Il politeismo segue il totemismo, dove il padre della tribù viene rappresentato
ancora come animale-totem, dopo in un dio il cui animale gli diventa sacro, e
in uno stadio ulteriore si scompone nei diversi dei . La condensazione
del dio padre con quella del dio figlio avviene per soddisfare il bisogno di
identificazione del figlio con il padre dopo il parricidio cannibalistico, come
questa si esprime nel rito del pasto totemico . La condensazione del mito
orfico abbraccia tutti gli elementi: il dio-padre dio-figlio è Zagreo, il
cacciatore, ovvero colui che caccia e uccide l’animale. Anche
l’elemento del parricidio trova la sua espressione nel nome del bambino,
che sotto la pressione della condensazione viene attribuito anche a Zeus
stesso. E se non avessimo ancora capito ecco un’ulteriore allusione:
Dioniso nasce dalla coscia stessa di Zeus, allusione all’immagine di un
Dioniso che si scompone in due figure diverse. Il mito ci racconta ogni volta
un’aspetto diverso della stessa storia, attraverso allusioni diverse,
come per farci capire il suo vero significato e le sue diverse ramificazioni,
come il sogno ripete lo stesso concetto attraverso immagini diverse: prima il
faraone sogna sette vacche e dopo sette spighe, e Giuseppe aveva capito il
meccanismo: “Il sogno del faraone è uno solo”
(Gn. 41,25).
Le baccanali durante l’estasi orgiastica chiamavano Dioniso anche Bromio
(colui che tuona) e infatti questo è un attributo di Zeus, e lo chiamavano
anche Taurokeros e Tauroprosopos, il toro, come in quanto toro Zeus si accoppia
ad Europa e a Io. L’animale totemico di una delle tribù greche come
trovava espressione nel grido orgiastico delle Baccanali che lo evocavano,
condensato nel culto dionisiaco, si trasfonde in Zeus, che è la transustazione
del Dioniso terrestre in dio dei cieli. Non ci è più difficile seguire
l’evoluzione: il capro, Dioniso come dio padre e capro, Dioniso come dio
figlio che nella condensazione dell’identificazione è anche dio-padre,
scomposizione della figura in Dioniso che rimane in terra e in Zeus che diventa
padre degli dei, Dioniso che nella trasfigurazione in Zeus diventa padre di
Apollo.
Dioniso era Trigonos, tre volte nato: nel mito orfico da Zeus e Persefone e
diventa re del mondo e con lo stesso volto del padre degli dei, nel mito
posteriore da Zeus e Semele, e in un’altra forma nato dalla coscia di
Zeus. Quest’ultima rappresentazione è quella di un figlio che viene tolto
alla madre (Semele), per rinascere dal padre. Questa è la traccia mnestica dei
riti tribali della pubertà dove il novizio viene tolto alla madre per rinascere
dal padre ed identificarsi con lui.
Il concetto che Zeus rapressenti una sintesi più che un dio specifico trova
conferma nel fatto che i templi dedicatigli sono più tardi di quelli dedicati
agli altri dei e in Atene solo nel VI secolo fu costruito il primo tempio in
suo onore. Il dio primitivo è un dio che protegge la sua tribù, che è specifico
di questa, che insegna ai suoi figli le origini, la caccia e la pesca, come
fare il fuoco, mentre Zeus è un’immagine astratta che non convince. Padre
degli dei in generale è solo un concetto astratto.
Quando la società greca era ancora strutturata in tribù e in clan diversi
questo dio non esisteva ancora. Probabilmente fece la sua prima apparizione
nella Grecia continentale, come dio specifico nella sintesi di padre degli dei
solo verso la metà del secondo millennio, quando la civiltà micenea era già
solidamente stanziata sul territorio e aveva, con la fine delle sue migrazioni,
instaurato una civiltà agricola e urbana. Quando le tribù greche si
amalgamarono in nazione sedentaria cominciò ad avere un senso anche un dio che
risieda fisso sull’Olimpo e faccia da tetto a tutti gli altri dei.
Agli albori della civiltà greca vi era dunque un solo dio-padre. Con il
politeismo e l’abbandono dei riti tribali, e solo con lo stadio
dell’insediamento, Dioniso aggiunse a sè la figura di Zeus e da questi
nacque Apollo, il dio figlio par excellence, ma questa è una
sovrapposizione relativamente tarda del mito originale, probabilmente non prima
del XV secolo, quando la civiltà micenea si era già amalgamata nella Grecia
continentale. Apollo aveva certamente anticipato Zeus nella mitologia greca, in
quanto era la traccia mnestica dei riti iniziatici puberali, che avevano già
smesso di essere con la metamorfosi greca da pastori ad agricoltori e da nomadi
a residenti fissi. Apollo era il figlio di Dioniso e solo quando
quest’ultimo fu proiettato in cielo e prese il nome di Zeus, il mito operò
uno spostamento e fece di Apollo il figlio del padre degli dei.
Dopo il V secolo comincerà la sua ascesa al regno dei cieli condensandosi ad
Helio, il dio sole. Come vedremo in seguito, con l’ellenismo e
l’ecumenizzazione della religione greca, questo dio figlio si affiancherà
al padre nel regno dei cieli e ultimamente lo spodesterà. Zeus è dunque una
figura che ebbe ragione di esistere, come divinità specifica, solo da quando i
greci erano già un popolo amalgamato e perderà molte di queste ragioni quando
la cultura greca, in epoca ellenista, si evolverà ulteriormente in cultura
ecumenica. Come universalista, il sole di Apollo avrà tutte le ragioni di
spodestare il “padre”. Zeus era stato il simbolo di una nazione di
agricoltori, residenti fissi che avevano bisogno dei tuoni e della pioggia,
come il Baal cananeo che tiene in mano un fulmine, mentre Apollo diventa il
simbolo dell’evolversi di una cultura attraverso tutti i suoi stadi, da
rito iniziatico puberale e fino all’insegnamento della “morale”
che dopo più di mille anni era diventata universale. Zeus risedeva in un posto
fisso, l’Olimpo, il monte principale della Grecia, Apollo invece salì al
regno dei cieli e lo percorreva da Oriente a Occidente sul suo carro solare in
tutta la sua vastità, come Horus, il suo parallelo egizio . Quando i greci
vennero a contatto con i semiti della Fenicia e della Palestina trovarono lì il
Baal, il dio cananeo dei fulmini e delle piogge, dio padre del Pantehon cananeo
e rappresentato anch’egli con un fulmine il mano, stranamente non lo
identificarono con Zeus, ma con Dioniso , da tanto era ancora vitale la traccia
mnestica che Dioniso fosse stato il dio-padre originale.
Anche l’aspetto caricaturiale di Zeus e le sue avventure romantiche dà da
pensare: sembra che tutti riescano a manipolarlo e lui stesso si ingarbuglia in
situazioni ridicole, minacciato da una moglie gelosa. Non rappresenta la
morale, non l’insegnamento, non la saggezza. Per decidere ha bisogno di
una bilancia e la maggior parte delle decisioni non sono di sua competenza in
quanto sono già state emesse dal Fato.
Nessuno si farà mai, invece, beffe di Apollo, il dio che prima minaccia gli
iniziati e poi insegna loro la sapienza. Il suo occhio guarda terribile ed
enigmatico. La sua maschera rimane nel suo sorriso arcaico, allude alla
crudeltà e alla salvezza. Come nessuno si era mai fatto beffe di Dioniso,
quando era il dio ucciso dei miti orfici e quello della tragedia eschilea. Solo
più tardi diventerà il simbolo della scurrilità, e allora lo diventerà in maniera
estrema. I romani spingeranno la loro avversione al dionisismo, antitesi
dell’idea dello stato apollineo, al punto da reprimere i culti legati al
dio e nel 186 a.C. un editto senatoriale soppresse rigorosamente tutte le logge
dionisiache .
Malgrado Apollo sia diventato lentamente il dio greco par excellence, la
sensazione che sia venuto dopo, continua oggigiorno a sussistere negli studiosi
di mitologia e filosofia greca. Colli dice: "Gli studi più recenti sulla
religione greca hanno messo in evidenza un'origine asiatica e nordica del culto
di Apollo" (Giorgio Colli, La Nascita della Filosofia,
Adelphi, Milano 1977, p.19). L’Enciclopedia
Brittannica: “Though
the most Hellenic of all gods, Apollo apparently was of foreign origin, coming
either from somewhere north of
Apollo, prima di Zeus, ma dopo
Dioniso, quando il rito iniziatico puberale stava cadendo in disuso. Le sue
origini sono straniere, ovvero straniere alla civiltà greca nel massimo del suo
splendore, straniero alla sua epifania di rivelazione ecumenica, apparteneva
allo stadio tribale, con il quale l’Occidente stesso non si identifica
più. Solo in questo senso può definirsi straniero. I greci non erano nati lì,
erano il prodotto di un’immigrazione che poteva essere venuta solo dalle
steppe asiatiche o dall’Anatolia, ed era il dio iniziatico di quando le
tribù greche eseguivano ancora i riti della pubertà, come in ogni cultura
primitiva.
Link to:
Sapere e conoscenza. Dai riti iniziatici alla
filosofia platonica
Nietzsche e la psicoanalisi
CAPITOLO SECONDO
I DUE POLI OPPOSTI
Brutto e bello
Non esiste un bello di natura.
Ma esiste certo il brutto perturbante...(F.Nietzsche, Frammenti postumi
1869-1874, 7[116] )
Quella che, con il crollo del
mondo antico, sfocerà in Occidente in scissione assoluta tra bene e male era
cominciata molti secoli prima, come divergenza del concetto di sacro in due
parametri opposti: brutto e bello.
Il Dioniso dei miti orfici, il capro, antico totem delle tribù greche, non era
né bello né brutto, ne buono né cattivo: era sacro, ovvero era sia una cosa che
il suo opposto. In latino sacer, in ebraico qaddosh, in arabo haram, e persino
in una lingua moderna come il francese sacrè definiscono tutte il concetto di
sacro e sacrilego, santo e maledetto, con un’unica parola.
Quando le tribù greche superarono la crudezza del rito totemico e cominciarono
a relegare sempre di più l’immagine del capro alle province più lontane
della psiche, l’immagine del dio cominciò anche ad assumere una
connotazione normativa: sempre sacro ma, per la prima volta, brutto. Così
nacque in Occidente un concetto e, automaticamente, anche il suo opposto.
Quando la società greca scelse la strada della civilizzazione, alle insegne
dell’immagine di Apollo, e innescò un processo di rimozione del pasto
totemico e del rito tribale, quello che lo rappresentava, il capro Dioniso,
divenne indesiderato e quindi brutto, superato e quindi ridicolo. Con
l’esasperazione di questi parametri, anche cattivo e, alla fine, con il
crollo del mondo antico, addirittura diabolico. Il suo opposto, ovvero tutto
quello che divergeva dall’immanenza dei riti tribali, la saggezza,
l’educazione in quanto civilizzazione, la contenutezza entro la
canalizzazione dell’equilibrio plastico, divenne normativamente positivo
e desiderabile, e quindi bello. Questo per i greci si tradusse in buono e in un
nuovo concetto di divino , e come tale passò anche al cristianesimo .
Prima nacque dunque l’idea del brutto, in quanto rimozione di quello che
non era socialmente desiderabile, e solo dopo e in antitesi ad esso,
l’idea del bello.
Ed ecco che in Occidente, dal VI-V sec a.C. in poi, brutto sarà tutto quello
che ricorda il capro, il Dioniso divorato dai Titani, cioè il peloso, lo
sgraziato, l’animalesco e bello sarà il suo contrario: l’ideale del
corpo umano in antitesi alla bestia, il liscio in antitesi al peloso, il tronco
dritto in antiteso al gobbo, che ricorda l’animalesco che cammina a
quattro zampe, ecc.
Anche Freud cadde in questo equivoco. Come un nuovo Platone postula prima un
ideale di bello, a priori, e a secondo di questo classifica il resto in bello o
brutto. Infatti nel 1910, a proposito della vita amorosa, scrive una frase
molto interessante ed enigmatica: “I genitali stessi non hanno seguito
l’evoluzione delle forme corporee verso la bellezza, sono rimasti
animaleschi, e così anche l’amore è rimasto nella sua essenza animale
come è sempre stato” ("Psicologia della vita amorosa”,
cit.,vol.6, p.431). Sul modello di quale parametro Freud stabilisce che i
genitali non sono “belli”, se non appunto di quello apollineo di un
ideale di forme platonico del corpo umano, che è l’antitesi
dell’animalesco? Dalle parole di Freud i genitali “non sono
belli”, ovvero sono brutti, poiché sono animaleschi, sono rimasti
dionisiaci, e non hanno passato la metamorfosi nella loro antitesi apollinea.
Il capro, l’animale totem degli antichi progenitori delle tribù greche,
sarà dunque il metro di misura intorno al quale ruoteranno, in Occidente, tutti
i parametri di brutto e di bello. Non ci risulta che in qualsiasi altra cultura
umana sia mai avvenuto lo stesso.
Il motivo è che nelle altre culture non avvenne un rinnegamento così deciso del
proprio animale – totem e una divergenza così completa dal proprio
passato tribale.
Gli ebrei, che il caso volle abbiano avuto, nella loro lontana preistoria, lo
stesso animale –totem dei greci, il capro o l’ariete, forse poiché
entrambe erano tribù di pastori che pascolavano la pecora bianca, non crearono
mai un’idea del bello che fosse antitetica a quella dell’ariete. Al
contrario, l’idea di sacro rimase affine a quella dell’animale --
totem con cui si identificavano, e non crearono mai concetti di bello che
divergessero dall’idea dell’arcaico animale sacro, al punto che
consideravano sacrilego radersi la barba o i peli del corpo. Il Talmud ci
racconta qualcosa di velato in proposito, riportando un’antica leggenda:
Tutti in confronto a Sara sono come una scimmia in confronto all’uomo, Sara in confronto a Eva è come una scimmia in confronto a l’uomo, Eva in confronto ad Adamo è come una scimmia in confronto a l’uomo e Adamo in confronto al Signore è come una scimmia in confronto all’uomo (Tal.Bab., Baba Batra 58a).
Prima di accusare
i saggi di misogenia e scarso senso cavalleresco cerchiamo di capire che cosa
intendessero. I rabbini spiegano: poiché Dio creò l’uomo a sua immagine e
somiglianza e la donna solo dall’uomo. Ovvero Adamo assomigliava a Dio, e
questi è l’unico parametro valido per qualsiasi forma di bellezza, ovvero
più bello di lui non avrebbe potuto essere, mentre Eva era stata creata
dall’uomo, ed era dunque solo un misero riflesso della bellezza maschile.
E tutti quelli che sono stati creati dopo di lei, che “è la madre di
tutti i viventi”(Gn.3,20), possono solo essere più brutti. Dunque
l’unico parametro di bellezza e bruttezza corrisponde nella somiglianza a
Dio. Questo è l’unico bello che esista. Se il primo dio fu
un’animale, transustazione del padre dell’orda ucciso, e quindi un
dio maschio, bello è quello che gli assomiglia. Non le donne, Eva e Sara e
tutte le altre, sono belle, bensì solo gli uomini fatti a immagine e
somiglianza di Dio. I rabbini non potevano adoperare la parola sacro, poiché
Adamo era stato degradato a mortale dal redattore post-esilico, ma questa
sarebbe stata la parola giusta. Sia per gli antichi greci che per gli antichi
ebrei, bello era dunque il parallelo di sacro, e questo per entrambi era
associato al dio caprino. La parola divino è una parola posteriore:
all’inizio esisteva sola la parola sacro e ancora oggi in ebraico esiste
una parola sola qaddosh. Questa parola indica sia la sacralità di Dio
che dei suoi sacerdoti, che del popolo dopo che è stato iniziato alle sue
leggi, sia il massimo dell’empio, la qaddeshà e il qaddesh,
i prostituti sacri.
È molto strano che gli ebrei, che rimossero ogni immagine dal proprio modus
mentale, proprio nel Talmud, estremo strumento di rimozione e sublimazione,
abbiano fatto la reattivazione del concetto di immagine attribuendola proprio
al Signore, e questa immagine è bella, non solo ma viene associata attraverso
la parola “scimmia”, invertendo i parametri per nascondere il
legame associativo: una scimmia è brutta in confronto a Sara e Sara è brutta in
confronto a Eva e Eva e brutta in confronto a Adamo, che a sua volta è brutto
in confronto al Signore = come scimmie.
La leggenda (Midrash)insiste spesso sul fatto che Adamo era
“bello” e chi legga la raccolta di leggende ebraiche sulla
creazione si può fare l’immagine di un giovane Apollo, ma una di queste
ci racconta che il Signore aveva creato Adamo con la coda, ovvio simbolo del
pene, e solo dopo la rimosse (Bereshit Raba, 14,10). Ebbe torto dunque
Freud a considerare i genitali "brutti".
Quindi possiamo supporre che per “bello” non intendessero
esattamente la bellezza apollinea così radicata nella psiche occidentale.
Se queste associazioni fossero apparse nella condensazione dell’immagine
di un sogno non avremmo avuto difficoltà a decodificarle, e perfino Darwin
avrebbe approvato.
Dio veniva prima ed era più bello di qualsiasi cosa, e attraverso la catena
associativa viene per quattro volte associato alla scimmia, che
anch’essa, nelle tracce mnestiche conservate nell’eredità arcaica ,
veniva prima. È interessante notare come l’umanità associ proprio alla
scimmia l’idea antitetica a quella di bellezza.
Perché si dice “brutto come una scimmia”?
La risposta è semplice: l’uomo associa a sè stesso l’idea della
scimmia, proprio perché noi tutti veniamo da questa, e dichiarandola brutta
prende le distanze dal proprio alter ego rimosso. Paradossalmente è brutta
proprio perché assomiglia all’uomo, o meglio, all’immagine rimossa
che ha di sè stesso. Quindi, secondo questo parametro, il Talmud avrebbe dovuto
invertire il concetto: se quello che viene prima è più bello di quello che
viene dopo, si dovrebbe dire bello come una scimmia. E forse l’allusione
inconscia del testo è proprio questa. L’umanità, ebrei compresi, associa
l’idea di bello alla scimmia e poi, nel processo di rimozione, inverte
questo parametro e ne prende le distanze.
Ma la cosa più strabiliante è stata quando abbiamo scoperto un frammento
semi-dimenticato, che risale a sette secoli prima della citazione talmudica che
abbiamo riportato sopra. Eraclito, l’enfant terrible della filosofia
occidentale, il filosofo oscuro ed ermetico, dice: “La più bella delle
scimmie è brutta in confronto all’uomo e l’uomo più sapiente avrà
sembianze di scimmia in confronto del dio” (Frammento 72 da: Eraclito,
i frammenti e le testimonianze, edizione a cura di Carlo Diano, Mondadori,
Milano 1993, p.35).
I maestri del Talmud non conoscevano certamente Eraclito, che nel terzo secolo
della nostra era era stato quasi dimenticato. Il filosofo greco era vissuto a
cavallo tra il VI e il V secolo ed è come se avesse voluto ricordare ai suoi
compatrioti, che da lì a poco si sarebbero avviati sulla strada della scelta
apollinea, che in realtà veniamo tutti dalla scimmia. I suoi aforismi erano
indecifrabili per i suoi contemporanei come, d’altronde, anche per noi,
ma basta introdurre un’inversione nella catena associativa affinché il
contenuto oscuro diventi chiaro . Eraclito è colui che aveva detto:
“Per il Dio tutte le cose sono belle, buone e giuste, ma gli uomini
considerano alcune cose essere ingiuste e altre giuste”(Heraclitus,
framm. 14 (A19), in Giorgio Colli, La Sapienza Greca, vol.III:
(A19), Adelphi, Milano 1996, p. 109). Allusione al fatto che il sacer
originale non aveva avuto alcuna connotazione normativa. Intuiva quindi quello
che era successo: la separazione di un unico concetto in due parametri opposti.
Come esempio di come, quando si dice bello, si possano intendere cose
diametricalmente opposte si pensi a questo. La Bibbia ci racconta che Mosè
sposò una donna negra (Num.12,1) (la Bibbia italiana traduce
“etiope”, infatti nell’ebraico arcaico “etiope”
era sinonimo di negro). Nel commento a questo versetto Rashi dice:
“sposò una donna molto bella” e Miriam cominciò a sparlare di Mosè
poiché era gelosa della bellezza della cognata. Ovvero, per gli antiche ebrei,
negro, o etiope, era sinonimo di bello. In Occidente per molti secoli negro fu
associato, invece, al brutto. Solo adesso qualcuno può pensare che “anche
una negra possa essere bella”. Nel “Inno a Nisibene”, datato
al IV secolo d.C., viene declamato: “I tre fratelli di Babilonia
sfuggirono non al fuoco che gli uomini avevano acceso, ma dalla lascivia
sfuggirono, poiché erano perfetti. Il loro fuoco, fu esso a trionfare, può
cambiare bambini neri in bianchi…” (“THE NISIBENE
HYMNS", (Translated by Rev. J. T. Sarsfield Stopford, B.a.),
in Nicene
and Post-Nicene Fathers, Series II, Vol. XIII, Cap. VII). Nero viene associato a lascivia peccaminosa e satanico,
mentre invece bianco a purezza. Il fuoco sacro (fuoco è sempre associato a
erotismo) trasforma il male (l’erotismo peccaminoso in contrasto a quello
sacro, ovvero quello acceso dagli uomini) in bene, bambini neri in bianchi.
Come comprova si può portare che negro, nelle immagini medioevali del
cristianesimo, era sinonimo di satanico. Ancora nel XIV secolo, una donna
posseduta da Satana viene liberata solo quando un negro etiope esce dal suo
corpo ( Michael Goodich, Violence and Miracle in the Fourteenth Century, University
of Chicago, Chicago 1995, pp.76-77). Le messe nere, quelle sataniche, sono il
contrario di quelle sacre. Nero è il contrario di bianco, il puro. Ancora
nell’ “800 si discuteva se anche i negri avessero un’anima e
una delle argomentazioni che razionalizzavano lo schiavismo che permetteva a buoni
cristiani di tenere schiavi negri, senza che questo pesasse sulla loro
coscienza, era che quelli non avessero un’anima, fossero figli di Satana,
e quindi fosse giustificato sfruttarli, ucciderli e torturarli. La
“sessualità sfrenata” dei negri, quella satanica, brutta in
antitesi all’ebbrezza di Apollo, era la giustificazione per qualsiasi
brutalità. L’esasperazione di questi parametri antitetici fu proprio il
crollo del mondo antico e il balzo verso l’astrazione del Regno dei Cieli
che fece il Cristo apollineo, in contrasto alla grande caduta del Capro nel
regno sotterraneo. Il razzismo “scientifico” del XIX secolo non fu
altro che il riallacciarsi a quei parametri che il cristianesimo medioevale
aveva sviluppato, sulla scia dei turbamenti della decadenza del mondo antico.
Per gli ebrei dunque il bello rimase parallelo all’immagine rimossa del
Dio, l’ariete, che veniva prima: Il brutto è il suo contrario. Per gli
ebrei tutta l’arte occidentale è brutta, sacrilega, anti-religiosa, come
ogni immagine, e più è antropomorfica, più viene considerata tale, poiché
simile all’immagine di Apollo, il dio della bellezza giovanile, plastico,
armonioso e lisciforme, al contrario del dio-caprino.
In completa antitesi, per i greci bello diventò, invece, tutto quello che si
allontana dall’immagine del dio caprino, ovvero il giovane in età
pre-puberale, quando i peli e la barba non hanno ancora profanato le sue forme
apolline. Questa è una delle cause per le quali i greci si dedicavano con tanto
entusiasmo all’omosessualità, e questa era sempre la passione degli
adulti per un giovane imberbe. Il giovane, che acconsentiva ad essere penetrato
da un’adulto, lo faceva non per lussuria ma per ricevere in cambio la
saggezza del suo amante . Quando Socrate vuole spiegare come un oggetto ci
richiami alla mente una persona amata dice: “Quando un amante vede una
lira o un mantello o qualsiasi cosa che il suo amato usa, percepisce la lira e
nella sua mente si forma l’immagine del fanciullo al quale la lira
appartiene, non credete?” (Fedone, 73d).
Per Socrate era scontato che l’unico oggetto d’amore possa essere
solo un fanciullo. L’immagine di questi era l’unica che poteva
venire alla mente nel processo associativo. Erodoto già settant’anni
prima di Socrate aveva detto: “[I Persiani] si danno a ogni sorta di
piaceri di cui vengono a conoscenza e, tra l’altro, dai Greci hanno
imparato a praticare l’amore verso i giovani”(Hist., I/135).
L’esauriente lavoro del Dover ha dimostrato che nella Grecia classica i
due parametri di bello e brutto erano già ben radicati in stereotipi comuni: Il
bello era il giovane imberbe, quello ancora privo di peli. Con le parole del
Dover:
Rappresentazioni
di Ganimede e di Titone, personaggi mitici la cui bellezza eccitava persino gli
dei, ci permettono di definire i criteri della bellezza maschile, e ci
permettono di vedere che gli stessi criteri sono soddisfatti in ritratti di dei
eternamente giovani (in particolare Apollo) e di ragazzi o giovani raffigurati
nell’atto di essere inseguiti, corteggiati o abbracciati da comuni amanti
mortali. Da questo possiamo trarre validi motivi per catalogare come modelli di
“pin-up” il grande numero di giovani ritratti in varie pose su vasi
di ogni tipo; in particolare, il tipico giovane solo (di solito nudo, a volte
in atto di vestirsi o di svestirsi)…La documentazione positiva di queste
raffigurazioni è rafforzata da quella negativa delle scene in cui il pittore ha
voluto raffigurare il brutto, il discustoso e il ridicolo: satiri (cfr.
Senofonte, Simposio 4,19: “Se non fossi più bello di te, sarei più brutto
di tutti i sileni delle rappresentazioni satiriche!”) (K.Dover, op.cit,
p. 9).
Con il parametro
“corpo umano bello in quanto antitesi del corpo del capro brutto”
viene superata dai greci l’inibizione a mostrarsi nudi.
Kerenyi scrive a proposito di questa fase dello sviluppo della cultura greca:
Nella città di
Cnido, sulla costa dell’Asia Minore, dove greci puri e non
orientali osarono per la prima volta esporre alla vista una
Afrodite nuda - la celebre statua dello scultore Prassitele - la
conchiglia era considerata come animale sacro alla grande dea
dell’amore.» E allo stesso proposito “....le etere veneravano la
dea come una di loro, sotto nomi di Afrodite Hetaira o Porne. In questa
atmosfera ridotta sorgevano opere d’arte che mostravano la bellezza della
dea come Kalliglutos o Kallipygos, colei che ha belle natiche, con la veste
sollevata, dopo che i nostri artisti poco a poco avevano ottenuto che la nudità
della dea al bagno non incutesse più un sacro orrore agli spettatori» ( K.Kerenyi,
op.cit., p.65 e p.73) .
Quindi vediamo
che, prima di evolversi in società apollinea, anche i greci avevano avuto
orrore del nudo, esattamente come le antiche tribù semitiche e gli ebrei.
Quando Erodoto racconta, alla fine della prima metà del V secolo, questo
processo mentale, nella Grecia continentale, era già stato portato a
compimento. Infatti ci dice: “Per i Lidi, infatti, come pure, in
generale, per gli altri barbari, essere visto nudo, anche per un uomo, è cosa
che procura grande vergogna” (Hist., I,10). Ovvero per i greci non era
già più una vergogna mentre per i Lidi, che non erano altro che greci
ancora permeati di influenza culturale persiana, lo era.
Permissività sessuale e culto del nudo furono dunque uno svolgimento
concomitante al superamento della struttura sociale arcaica.
Un pò alla volta ci diventa chiaro come mai il bello nella cultura occidentale
diventa anche sinonimo di divino e di morale, e infatti per i greci i
brutti erano anche i cattivi e i viziosi. Quello che era sacro nei tempi
antichi, ai tempi dei riti iniziali arcaici, diventa prima brutto, poi
ridicolo, profano e infine malvagio. La sua antitesi prende il posto del
divino, i parametri si capovolgono, e per dare espressione a questa nuova
normatività nasce una nuova parola, divino, oltre a quella primordiale dal
doppio significato equivalente: sacro.
In epoca classica quella dei fanciulli imberbi, l’opposto del capro
peloso, diventa la bellezza ideale e questa viene elevata a estasi religiosa.
Senofonte ci racconta che:
C’era
nell’esercito un certo Epistene di Olinto, che aveva un debole per i
fanciulli. Quand’egli vide condurre al supplizio un bel giovinetto,
appena giunto alla pubertà, ma già armato di peltra, corre da Senofonte e lo
supplica di intervenire a favore del ragazzo. Senofonte si reca da Seute e lo
prega di risparmiarlo; gli parla della passione di Epistene, raccondandogli che
una volta, nella formazione del suo lochos (compagnia), aveva badato solo che i
componenti fossero belli; si dovette ammettere però che sia lui che i suoi
soldati avevano combattuto con valore. Seute domanda a Epistene: “Saresti
pronto a dare la vita per lui?”. Epistene porge subito il collo e dice:
“Se questo fanciullo accetta e me ne sarà riconoscente, colpisci
pure”. (Anabasi VII, 4, 7).
Senofonte ci
tiene a specificare “ma già armato di peltra”, ovvero: malgrado
fosse già armato di peltra, poiché secondo i parametri apollinei avrebbe dovuto
essere una ragione di repulsione e non d’amore. L’implicazione è
che il fanciullo era così attraente che persino quella prima peltra, ragione
d’orrore, non riusciva a mitigare l’attrazione.
Platone nel Simposio propone, per bocca di Fedro, di costituire eserciti
composti solo da amanti e amati poiché questi si vergogneranno a dimostrarsi codardi
gli uni davanti agli altri, combatteranno con valore e saranno pronti a
sacrificarsi gli uni per gli altri (Simposio, 178e-179a). Platone fa dipendere dunque anche il valore
militare dall’Eros e questo è quello di un adulto per un bel giovane, che
lo contraccambierà grazie ai valori morali di saggezza imparati da lui.
L’Eros, in senso di libido, viene risvegliato dalla bellezza del giovane
e questo risveglia la “furia combattiva” negli Eroi (179b). Orfeo
avrebbe fallito la sua missione e avrebbe perso l’amata poiché il suo non
era vero amore, e l’allusione di Platone è che ogni amore per una donna
non possa essere vero amore, e non era pronto a morire per lei, come invece gli
Eroi greci che erano pronti a sacrificarsi per i fanciulli amati (179d).
L’esempio seguente è quello di Achille che è pronto a sacrificarsi per
Patroclo:
Achille, figlio
di Tetide fu onorato (dagli dei) e mandato al posto che gli spettava nelle
isole di Blesto, poiché pur avendo saputo da sua madre che sarebbe morto appena
ucciso Ettore, ma se lo avesse risparmiato sarebbe ritornato a casa e finito i
suoi giorni in vecchiaia, egli coraggiosamente scelse di andare e salvare il
suo amante Patroclo, lo vendicò, e cercò la morte non solo per sè stesso ma per
venire così riunito con colui che la morte aveva preso. Per questo gli dei lo
ammirarono così altamente da dargli onori speciali, poiché aveva attribuito un
così alto valore al suo amante (179e-180a).
Ma qui Platone ci
rivela ancora qualcosa:
Eschilo dice
sciocchezze quando riferisce che fosse Achille ad essere innamorato di
Patroclo, poiché egli (Achille) superava in bellezza non soltanto Patroclo ma
anche tutti gli altri eroi, essendo ancora imberbe, e inoltre molto più
giovane, secondo il racconto stesso di Omero. Poiché, in verità, non esiste
valore più ammirato dagli dei di quello che deriva dall’amore; tuttavia
essi ammirano ancora di più e sono ancora più deliziati e benevolenti quando
l’amato è attaccato da affetto al suo amante di quanto l’amante sia
innamorato del suo favorito; poiché colui che ama, pieno comè
dell’essenza del dio, supera il suo favorito in divinità (180a-b).
L’interpretazione
platonica della saga omerica è particolarmente interessante poiché svolge
davanti ai nostri occhi l’evoluzione che nel IV secolo vide trasfigurarsi
la libido di un uomo (Patroclo) per un bel giovane (Achille), in amore
spirituale e, quindi, divino del giovane verso l’uomo che era innamorato
di lui. Per Eschilo la furia di Achille era ancora il prodotto della passione
dell’eroe per Patroclo, mentre invece Platone invalida questa tesi e dice
che il vero eroismo era quello di Achille proprio perché non era infatuato di
Patroclo come questi lo era di lui, (e l’infatuazione libidinosa era
sempre quella dell’adulto per il giovane imberbe), bensì nutriva per il
proprio erastes (l’amante adulto nella coppia), un amore profondo e
disinteressato indipendente dalla libidine. Questo secondo Platone è il vero
amore. Abbiamo dei seri dubbi che Omero, nell’VIII secolo, interpretasse
in maniera così soffusa e sofisticata la saga achea, ed è rivelante vedere come
Platone conduca la libidine dalla sua natura concreta e passionale a livelli di
astrazione nuovi.
Quindi, un amore ideale della bellezza, come questa viene personificata da un
fanciullo, per il quale un guerriero greco è pronto a morire, si trasfigura in
eroismo e bellezza dell’anima quando si distilla dalla componente
libidinosa, che secondo Platone non può esistere nell’amante giovane
verso il suo patrono, per tramutarsi in “furia eroica” di amore
puro. Come i martiri cristiani saranno pronti a sacrificarsi per l’idea
del bello apollineo trasfigurato in verità cristiana.
Afrodite, la dea dell’erotismo e dell’amore eterosessuale, viene
trasfigurata nella filosofia platonica. Esistono ora due Afrodite, quella
eterea, non nata da utero materno bensì figlia del Cielo, che chiama
celestiale, e la più giovane, figlia di Zeus e di Dione che chiama quella
popolare (180d). Su questa scia esistono due tipi di Eros, quello celestiale e
quello popolare o terreno. L’Eros non è piu lodabile per sè, ma solo se
induce ad un amore nobile (181a). L’amore indotto dalla Afrodite popolare
opera a secondo del caso: questo è quello di uomini che amano donne o ragazzi
indistintamente e il loro amore è un amore fisico e non spirituale. Inoltre la
loro scelta è frutto del caso e l’oggetto della loro concupiscenza sono
persone prive di saggezza, poiché essi mirano ad un determinato scopo senza
curarsi se questo sia o no da considerarsi nobile (181b). La fonte di questo
Eros è nella più giovane fra le due dee, di cui l’origine è nelle due
componenti, quella maschile e quella femminile. Ma l’altro Eros deriva
dalla dea celeste, la cui fonte non è nel femminile bensì solo nel maschile, e
in secondo luogo è più anziana e purificata da qualsiasi lascivia. Coloro che
che si ispirano a questo Eros lo dirigono verso il maschio, attirati dalla
robusta natura di questi e dalla maggiore ampiezza mentale (181c). Persino
nella passione per i fanciulli si può notare che coloro che provano questi
sentimenti si innamorano solo quando diventano più maturi, e il loro diventa un
amore eterno, indipendente dalle peripezie della vita (181d).
L’apologia dell’omosessualità diventa parallela a quella del
carattere e dello spirito. Quattro secoli dopo, nel II secolo della nostra era,
il concetto di un amore puro, staccato e distillato dalla sua componente
libidinosa, penetra dalla cultura greca anche nell’ebraismo. Nella
Mishnà, la legge orale, trascritta in questo periodo, leggiamo la frase
seguente:
Ogni amore che
dipende da una cosa, smette di esistere la cosa, finisce l’amore. Un
amore che non dipende da qualcosa non finisce mai. Qual’è l’amore
che dipende da una cosa? Quello di Amnon per Tamar (cfr.2,Sam 13), qual’è
l’amore che non dipende da nessuna cosa (e quindi è eterno)? Quello di
Davide per Gionata (Masechet Avot, 5.16).
La connotazione
di amore eterno e disinteressato è non nella passione eterosessuale di Amnon
per la sorella, bensì in quello “platonico” di Davide per
l’amico.
Se, secondo la definizione di Freud, ogni amicizia nasce come una
pulsione di natura omosessuale inibita nella meta, ecco che anche l’amore
platonico ebraico, dopo quattro secoli da quando Platone aveva formulato il
concetto, viene percepito come un amore omosessuale, al pari di quello greco.
Anche qui, come nella menzione platonica di Orfeo (179d), l’amore vero
viene dissociato da quello per una donna, esattamente come nel Simposio di
Platone. Per gli ebrei non si creerà mai l’associazione amore = bellezza
apollinea. La bellezza per questi rimarrà associata a quella del dio caprino, e
da questa si svilupperà in spiritualità e idea dell’anima.
Di Davide era stato detto: “…era un ragazzo rossiccio di capelli e
di bell’aspetto” (1,Sam.,17,42), ma il bell’aspetto di Davide
è esattamente l’incontrario di quello di Apollo e la sua bellezza febica.
Era legata al selvatico e al dionisiaco, non come nelle rappresentazioni
figurate occidentali dove viene rappresentato come un giovane Apollo con la
lira. La comprova è proprio che “era rossiccio di capelli”, admoni,
come Esaù (Gn., 25,25), che era adom, rosso di capelli e di peli,
soprannominato Edom, ed era la personificazione del selvaggio e
dell’irruento. Se il Dioniso occidentale si era trasfigurato lentamente
in Apollo, e la musica orgiastica del primo, nelle melodie del secondo, il
dio-eroe ebreo è rosso di capelli, abbatte Golia con la fionda e saltava e
danzava davanti al Signore (2,Sam.6,16). Malgrado, nell’elaborazione
ebraica posteriore l’Eroe passi un processo di addolcimento e la sua
fionda si trasfiguri in lira, come l’arco di Apollo si trasfigura in
questo strumento musicale, Davide rimane una figura dionisiaca in tutte le sue
membra.
Ritorniamo ora a Platone e ai suoi fanciulli imberbi.
Alla fine del V secolo bello e buono erano un’unica sintesi, come ci
dimostra la frase ironica di Socrate accusato di corrompere i giovani:
“Tutti gli Ateniesi dunque, a sentir te, li fanno buoni e belli; tutti
all’infuori di me: ci sono solo io che li corrompo” (Apol.,
25a). Nessuno poteva aver accusato Socrate di averli fatti brutti, ma solo
malvagi, quindi l’equivalenza tra brutto e malvagio è implicata dalle sue
parole. Socrate fu probabilmente il primo che concepì l’anima come sede
della conoscenza e quindi della virtù:
non ti vergogni
tu a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più puoi, e della
fama e degli onori; e invece della intelligenza e della verità e della tua
anima, perché ella diventi quanto è più possibile ottima, non ti dai affatto né
pensiero, né cura? (Apol.,29e)
Intelligenza,
verità e anima, come bontà e bellezza, appaiono in un’unica associazione.
Non solo dunque esiste un’anima, ma essa è completamente dissociata dal
corpo: “non del corpo dovete avere cura, né delle ricchezze né di
alcun’altra cosa prima e più dell’anima”(30b). Da
dissociazione corpo e anima a farne due parametri morali antitetici la strada è
breve, infatti: “io ho così grande speranza che morire sia un bene”
(40c). “e anzi vedo manifestamente che per me ormai morire e liberarmi da
ogni pena e fastidio era la cosa migliore”(41d). A questo punto sembra di
sentire il Redentore: “per questo nessun rancore io ho con coloro che mi votarono
contro, né coi miei accusatori” (41d). Il processo di Socrate
contiene delle rassomiglianze starordinarie con il processo di Gesù, come è
presentato nel Vangelo.
Nel Fedone, l’immortalità dell’anima diventa una certezza
filosofica.
Già Erodoto quando parlava del dio greco, senza specificare quale, intendeva
automaticamente Apollo. Quando Creso deve spiegare a Ciro chi lo avesse indotto
a muovere la sua disastrosa guerra ai Persiani risponde: “Il dio dei
Greci”( Hist., I/ 87). Il dio delfico non solo già
dall’inizio del V secolo era diventato il dio principale, ma diventa, un
pò alla volta quasi l’unico dio. Socrate chiama a testimonianza della
propria sapienza (quella di sapere di non sapere) il dio delfico (Apol., 20e)
che è l’unico detentore della sapienza e della verità (23a). In tutta
l’Apologia Socrate si riferisce ad Apollo come se fosse l’unico dio
e il solo al quale deve rispondere delle sue azioni. Nel Critone,
l’ultima frase di Socrate, prima di essere condotto a morte è:
“questa è la via lungo la quale Dio ci conduce” (Crit.,
54e): se non fossimo nel IV secolo, avremmo potuto supporre di essere già in
pieno cristianesimo.
Platone trattò l’amore che nasce in seguito allo stimolo della bellezza
visiva come un caso speciale di quella forza che spinge l’umanità a
cercare la visione della “forma” o “idea” immutabile e
eterna del “bello”. Con le parole del Dover:
È particolarmente
importante il fatto che egli veda la filosofia non come un’attività da
perseguirsi nell’isolamento della meditazione e comunicata dal maestro ai
suoi discepoli attraverso lezioni ex cathedra, ma come un processo dialettico
che può senz’altro cominciare dalla rispondenza da parte di un uomo
adulto allo stimolo procurato da un giovane in cui la bellezza fisica si combina
con quella dell’anima (ibidem, p.14).
La bellezza
fisica, in questo stadio, si combina a quella dell’anima, ma siamo ad un
passo a che la bellezza diventi una qualità dell’anima stessa
abbandonando il corpo che ne era stato il veicolo. Se uniamo quello che ci
racconta Platone di Socrate a quello che ci ha raccontato Senofonte di Epistene
qualche decennio prima, abbiamo già davanti agli occhi la sintesi di quella che
è stata la lunga strada di Apollo, da quando minacciava i novizi sotto le mura
di Troia a un passo dall’apparizione del Salvatore.
Il greco, Epistene, era pronto a sacrificarsi per il proprio ideale di
bellezza, che è lo stesso di anima, sapienza e verità di Socrate, come il
romano sarà pronto a farlo per lo Stato, come il cristiano sarà pronto a
immolarsi per la fede: tutti avevano in mente la stessa cosa, trasfigurata in
epifanie diverse: l’ideale apollineo.
Platone nel Fedone, attraverso una costruzione filosofica, codifica
l’antidionisismo.
Il corpo, unico strumento di conoscenza dell’esperienza immanente
dionisiaca, non solo non è più tale, bensì impedisce la vera conoscenza: la
conoscenza pura può essere ottenuta solo separando il corpo dall’anima e
spetta solo a quest’ultima (Fed., 65a-d). Non solo, ma quella che
era conoscenza assoluta e appartenente al dio caprino, in quanto Es
indisturbato dalla presenza dell’Io inibitore, diventa, invece,
conoscenza = bellezza = bontà-giustizia assoluta, solo in grazia della sua
separazione dal corpo (65e-66e).
Platone inventa qui l’astrazione come strumento di rimozione
dell’immanente.
Questo nuovo assoluto, dissociato completamente dal dionisiaco e proiettato in
astrazione, diventa il regno indiscusso di Apollo. “La verità è
purificazione” (Fed., 69b), purificazione dal corpo e
dall’Es. Platone, per bocca di Socrate, nel Fedone, come aveva già
cominciato a fare nell’Apologia, non parla più di dei, bensì di dio, il
dio, e questi è sempre Apollo. Febo “il dio che purifica”. Che
strano paradosso! I progenitori della civiltà greca avevano visto proprio nel
corpo e nell’esplosione delle pulsioni dell’Es l’unico mezzo
di purificazione.
Vediamo qui tutte le fasi di passaggio del processo passato dalla civiltà
greca: sacralità del totem-capro-Dioniso, consustanzialità con Apollo, il dio
educatore, scissione tra le due divinità in concetti antitetici, ascesa di
Apollo a divinità dalla connotazione normativa positiva e parallelamente
degradazione di Dioniso a un concetto normativo negativo, nuova equazione:
Apollo = divino = bello = sapiente = verità= anima, ancora un piccolo passo e
siamo già alla fede e alla figura del Cristo. L’anima verrà d’ora
in poi associata alla bellezza di Apollo. È un nuovo elemento, antitetico alla
sessualità sfrenata di Dioniso e dei suoi satiri.
Comincia così a delinearsi, per la prima volta, anche una connotazione
normativa negativa della sessualità, poiché venendo associata a questo dio
viene anche completamente dissociata da Apollo, la sua bellezza e la sua appena
trovata “anima” .
Nasce qui, per la prima volta, il famigerato amore “platonico” come
istanza antitetica ai sensi e alla sessualità, e viene così dissociato dal dio
caprino e dato ad Apollo per volare in cielo insieme al suo carro solare. Il V
secolo aveva generto l’associazione sole = Apollo. Il IV,
l’associazione Apollo sole, unico vero dio, detentore dell’unica
verità in quanto staccata dal corpo e l’azione depistante dei sensi,
connotazione normativa morale, divina. Altri dei continueranno a muoversi sullo
schermo della psiche occidentale, ma solo ad Apollo Platone attribuisce degli
ideali. L’ecumenismo pan-ellenico dell’ellenismo vedrà salire
questo dio solare sempre più in alto e spodestare tutti gli altri dei.
L’inizio della discesa
Nietzsche aveva capito, ma non
aveva capito di aver capito. Vediamo dove lo aveva portato la sua intuizione:
Una questione fondamentale è il rapporto del greco col dolore, il suo grado di sensibilità.-questo rapporto rimase uguale a se stesso? Oppure si capovolse? -- la questione se in realtà il suo desiderio sempre più forte di bellezza, di feste, di divertimenti, di culti nuovi non si sia sviluppato dalla mancanza, dalla privazione, dalla melanconia e dal dolore. Posto cioè che proprio questo fosse vero -- e Pericle (o Tucidide) ce lo lascia intendere nel grande discorso funebre -- da che cosa discenderebbe allora il desiderio opposto, che si manifestò cronoligicamente prima, il desiderio del brutto, la buona e dura volontà, di pessimismo nel greco antico, di mito tragico, dell’immagine di tutto il terribile, il malvagio l’enigmatico, il distruttivo e il fatale che si cela in fondo all’esistenza…Che cosa indica la sintesi di dio e capro nel satiro? Per quale esperienza interiore, obbedendo a quale impulso il greco dovè immaginare come satiro l’invasato uomo primordiale dionisiaco? E per quanto concerne l’origine del coro tragico: ci furono forse in quei secoli, in cui il corpo greco fioriva e l’anima greca spumeggiave di vita, rapimenti endemici? Visioni e allucinazioni che si comunicavano a intere comunità, a intere adunanze cultuali (“Tentativo di Autocritica”, in La Nascita della Tragedia, op.cit., p.8).
Nietzsche non
conosceva ancora gli studi fatti dagli antropologi a cavallo del secolo sul
totemismo e i riti d’iniziazione tribale, ma aveva intuito perfettamente
la nostalgia dei greci per i propri riti arcaici superati, il desiderio del
brutto, che si manifestò cronologicamente prima, e il contenuto vitale e
immanente del pasto totemico, la prima rappresentazione tragica
dell’umanità . Nietzsche aveva intuito che il dio caprino e la sua
“bruttezza” venivano prima, che questa era l’istanza
autentica e non mediata e da lì era cominciato il lungo cammino verso la
civiltà. Ci conferma quello che ci aveva raccontato Erodoto e dirà dopo di lui
Freud: Apollo era venuto dopo Dioniso, come l’Io era venuto dopo
l’Es, come il bello era venuto dopo il brutto.
Quello che Freud chiamerà: le pulsioni e il loro destino.
Nietzsche fa risalire l’inizio della decadenza greca già dall’epoca
classica e le istituzioni democratiche, ovvero da quando i greci avevano
rinunciato al senso tragico, come trovava la sua espressione ancora nella
tragedia eschilea, per assestarsi in un equilibrio che rappresentava da un lato
l’apice, dall’altro la fine del dionisiaco autentico e radicale. Il
passaggio non era stato subitaneo. La metamorfosi era avvenuta nella
rappresentazione stessa del coro dei capri, e probabilmente fu percepita quando
Sileno, da dietro la sua maschera tragica aveva cominciato a ridere. Il satiro
diviene lentamente satirico. Il pubblico quando se n’era accorto era già
troppo tardi, e invece di piangere, stava già ridendo. Ascoltiamo quello che ha
da dirci Nietzsche sulle prime pietre, sulle quali solo dopo è stato costruito
il grande tempio di Apollo:
L’antica
leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno,
seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le
mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per
l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finchè costretto dal re, esce
da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed
effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per
te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente
irragiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in
secondo luogo migliore per te è-morire presto” (La Nascita della
Tragedia, op.cit., p.31).
La risata del
Sileno non è ancora satirica, è orribile, è tragica. Questa era l’anima
greca originale, che fu nascosta dalla sovrapposizione dell’arte
apollinea. Apollo venne, dunque, per far dimenticare Dioniso e la sua tragicità
autentica. Tra i satiri dal pene in erezione delle dionisiache rurali e
cittadine e il Sileno interrogato dal re Mida si apre un baratro molto più
profondo che tra quello tra Sileno e il dio delfico al massimo del suo
splendore.
Tragico e autentico
“E allora? Se i greci
ebbero proprio nella ricchezza della loro gioventù la volontà del tragico e
furono pessimisti; se fu proprio la follia, per usare un’espressione di
Platone, a portare sulla Grecia le sue benedizioni maggiori” .
La follia di Nietzsche (e di Platone) sarebbero dunque le energie originali,
non mediate che trovano il loro sfogo nel pasto totemico e nell’orgia
dionisiaca. Questa è l’anima autentica del greco. A queste energie che
scaturiscono dal profondo attribuisce il merito della creatività greca. E
invero le energie che provengono dalla libido dell’Es, essendo questa la
provincia psichica primaria, sono quelle che danno la spinta ascensionale, che
Freud ha definito Eros, che è all’origine della vita e la mantiene. Dal
momento che l’Io è un’organizzzazione che si sviluppa
posteriormente, come risultato dell’evoluzione (p.13) e cerca di porsi in
contrasto alla libido dell’Es, meno l’individuo è sviluppato
e più queste energie originarie sono fresche e vitali.
Ma abbiamo imparato anche che nell’Es appare un impasto della libido con
la pulsione di morte: sadismo-distruzione-autodistruzione. Ne deriva che ogni
vitalità sfrenata contiene anche una carica non indifferente del bisogno di
uccidere e di morire.
Se l’Eros è fresco e vitale, in concomitanza lo sarà anche questo impasto
con la pulsione di morte. Ed ecco che si spiega la tragicità nitzschiana.
Infatti questa è esattamente l’incontrario del pessimismo decadente,
“romantico”, ai tempi di Nietzsche. È il pessimismo di chi, a
contatto con le forze spumeggianti della vita, entra anche automaticamente in contatto
con la realtà esistenziale della pulsione di morte. È la vita vera: la presa di
contatto con la morte attraverso il veicolo dell’Eros e non come
conseguenza dell’indebolimento di questo. In vecchiaia la morte
soppraggiungerà quando la pulsione di morte avrà il sopravvento su di un Eros
ormai esaurito, ma quando la vita “spumeggia” il contatto avviene
come parte della miscela vitale. È l’altro polo del pessimismo nichilista
che è il prodotto della stanchezza e della vecchiaia. Solo così ci diventano chiare
le parole del saggio Sileno, il capo dei satiri, al re Mida: per lui la morte
non è quella che viene con la stanchezza e la vecchiaia ma quella che si trova
in un unico impasto con l’Eros. Ecco il desiderare la morte come il
massimo dei beni, e a cosa se non alla parola desiderio si associa di più la
parola Eros?
Quale baratro tra questo desiderio di morte, come estrema e paradossale
espressione dell’Eros, e quella desiderata da Socrate per poter liberarsi
dell’Eros stesso!
Quando Nietzsche dice che prima di Platone, “obbedendo a quale impulso il
greco dovè immaginare come satiro l’invasato uomo dionisiaco?” La
risposta è quella che abbiamo dato. Il satiro invasato, trasfigurazione
dell’orgia primordiale in cui tutte le forze dell’Es erano
scoppiate in un Super-orgasmo, è la personificazione dell’avvenimento
originale, che più autentico di questo non potrebbe esserci.
Freud aveva chiamato il pasto totemico, che ricalca l’orgia parricida
primordiale, la prima rappresentazione tragica dell’umanità, ma non vide
che l’elemento tragico non è presente solo nella rappresentazione
dell’evento primordiale in cui si fuse lo sfogo ininibito di tutte le
pulsioni in quello che costituiranno appunto tutte le componenti della
tragedia, ovvero la pulsione che non può se non uscire di controllo e
perpetrare il fato, bensì anche nell’inevitabilità che con
l’espressione ininibita delle pulsioni dell’Es emerga insieme
all’Eros anche la pulsione di morte. L’impasto pulsionale stesso,
che fa parte della realtà esistenziale, costituisce per se una tragedia, se
così si può chiamare l’inevitabilità dell’essenza umana.
Nietzsche nulla sapeva della pulsione di morte di Freud, e quindi la sua
intuizione folgorante rimase nebulosa. Insisteva sull’associazione
vitalità-senso tragico, perché sapeva che è così, sapeva anche che quando i
greci persero parti della loro vitalità “spumeggiante” persero
anche il senso tragico. Oggi noi abbiamo capito: evolvendosi avevano anche
emarginato al rimosso parti vitali di quella provincia psichica che Freud ha
chiamato Es. Cancellarono un’intera regione dalla mappa topografica.
Relegarono alle cantine sotterranee dell’inconscio non solo l’orgia
primordiale e dopo il pasto totemico, ma anche la capacità di lasciare emergere
alla coscienza quell’impasto pulsionale Eros-pulsione di morte che
riempiva la loro anima di senso tragico.
Quando Nietzsche si chiede: “ci furono forse in quei secoli, in cui il
corpo greco fioriva e l’anima greca spumeggiava di vita, rapimenti
endemici? Visioni e allucinazioni che si comunicavano a intere comunità, a
intere adunanze cultuali?”, la risposta è si. Dopo relegarono tutto ai
sotterranei blindati, e con Socrate e Platone buttarono definitivamente in mare
anche la chiave.
Ai giorni nostri il distacco è diventato così assoluto che ogni immersione
nell’Es e liberazione dalle briglie dell’Io viene catalogata come
allucinazione psicotica. Con la nascita della civilizzazione nacque, così,
anche la malattia mentale.
Nietzsche non conosceva Freud, ma Freud avrebbe dovuto conoscere Nietzsche. Freud
aveva riscoperto l’orda primordiale, il pasto totemico e l’impasto
Eros-pulsione di morte. Se non si fosse astenuto da Nietzsche sarebbe riuscito
ad articolare le sue scoperte in un tutto più organico, come ci pare di essere
riusciti a fare noi. Nietzsche aveva intuito anche un altro punto: che
sublimando le proprie pulsioni e canalizzandole attraverso gli insegnamenti di
Apollo era andata persa l’intensità originale delle emozioni, la loro
autenticità:
e se, d’altra parte e inversamente, proprio ai tempi della loro dissoluzione e debolezza, i Greci si fecero sempre più ottimisti, superficiali istrionici, e anche più smaniosi per la logica e la logizzizazione del mondo, cioè a un tempo più “più sereni” e “più scientifici”, non potrebbe essere forse la vittoria dell’ottimismo, il predomininio della razionalità, l’utilitarismo pratico e retorico, come la democrazia stessa, di cui esso è contemporaneo- un sintomo di forza declinante, di vecchiaia approsimantesi? (ibidem).
Il desiderio di
autenticità porterà Nietzsche a ispirarsi al dio nella sua ricerca di una
formula che restituisca l’umanità alle radici della propria essenza, là
dove solo si può ritrovare se stessi e conoscere la verità della sintesi
gioia-tragicità. La conoscenza dionisiaca, in chiave nietzscheana, è anche
l’unica forma di conoscenza auspicabile, poiché, estraneatosi dalla
propria realtà esistenziale, l’uomo occidentale sarà destinato alla
decadenza. Infatti guardandosi indietro aveva visto che nel processo di
civilizzazione non tutte le energie di Dioniso erano state sublimate in arte e
avevano prodotto l’ebbrezza di Apollo. Una parte non indifferente era
andata persa per strada, invece che sublimata era stata rimossa, e queste
energie erano andate consumandosi nel mantenere la rimozione attraverso la
razionalizzazione.
La smania per la logica e la logizzizazione del mondo erano infatti non solo la
conseguenza della rimozione ma anche il mezzo per mantenere, attraverso la
razionalizzazione, il distacco da quelli strati della psiche che erano stati
rimossi. In questo caso al posto dell’arte, prodotto sublime della
canalizzazione delle energie, la civiltà aveva ricevuto invece una ben misera
cosa, la filosofia.
Socrate associava ancora la sua filosofia alla musica (Fed.,61a) ma il legame era
ormai diventato molto flebile, solo una traccia mnestica di quello che era
stata una volta la musica. La società apollinea aveva infatti tentato di
arruolare la musica all’immagine del dio delfico, e a questì attribuì la
lira, ma questo era stato all’inizio un atto di violenza perpetrato sul
corpo peloso del dio caprino. Le Baccanali, infatti, entravano in orgasma
danzando al suono del flauto e del tympanon (kettledrum), gli strumenti
musicali più antichi,
Per gli ebrei la musica rimase associata al capro.
La Bibbia ci racconta che il padre della musica era stato Jubal (Gn.4,21), che
in ebraico significa ariete; Keren Haiubel è il corno
dell’acclamazione, lo Shofar, il corno d'ariete che gli Ebrei suonano nelle
sinagoghe nelle ricorrenze più importanti. il Giubileo, Iubel, è il
corno del capro al suono del quale avverrà la redenzione.
Chi quest’anno (2000) accorre a Roma o a Gerusalemme per festeggiare il
Giubileo, sappia almeno che va a festeggiare la grande festa del capro,
accompagnata dai suoni rauchi del corno di ariete.
Il re Davide, che nelle rappresentazioni d’arte occidentale viene
rappresentato come un giovane Apollo, che canta accompagnandosi alla lira, era
invece ben lungi dall’essere tale. La Bibbia ci racconta che
“Davide danzava con tutte le forze dinnanzi al Signore…Mentre
l’arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul,
guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore,
lo disprezzò in cuor suo” (2 Sam.,6,14-16).
Danzava con tutte le sue forze…saltava e danzava, e in maniera così
sregolata da suscitare il disprezzo della moglie, ovvero la musica per gli
antichi ebrei rimase associata alla scarica motoria e alla danza, e il Signore
veniva festeggiato come Dioniso veniva festeggiato dalle Baccanali. Infatti il
dio ebraico rimase un dio caprino
Per i greci invece la musica, la più primaria delle espressioni umane, fu
dissociata dal dio caprino e attribuita al dio delfico. Così diventò arte, e ai
tempi di Platone, invece di accompagnare la scarica orgiastica, accompagnò il
torpore della filosofia.
La musica platonica è già completamente associata all’ordine morale
apollineo: Giustizia = musica; ingiusto = non musicale
(Fed., 105d).
Più le energie venivano deviate da Dioniso verso Apollo e più perdevano di
intensità e la musica da ruggito diventava melodia. Con la vittoria della
filosofia venne degradata a suoni di accompagnamento alle speculazione
filosofiche che erano sempre meno vere e sempre più belle. Nel Simposio, dopo
che Agaton termina il suo discorso, Socrate lo loda e dice: “La bellezza
delle tue parole e delle tue frasi non poteva che toglierci il respiro”
(198b).
Non l’acume, non la sottigliezza, non la perspicacia, bensì la bellezza.
Ora possiamo capire anche un’altra leggenda greca: Apollo punisce il
satiro Marsia, scorticandolo, poiché si vanta di suonare il flauto meglio del
dio, e punisce il re Mida, attaccandogli delle orecchie da asino, poiché si
rifiutava di riconoscere la superiorità del dio delfico nella musica a quella
dei Sileni e del dio Pan . Il re Mida è quello stesso che aveva rincorso il
Sileno per chiedergi qual’è la verità, la sapienza. Voleva sapere dunque
qual’ è la conoscenza dionisiaca, quella immanente. Disdegnava
l’oracolo di Apollo per quello di Dioniso. Per lui la musica, quella
vera, rimase quella del dio Pan e dei Sileni, si rifiutò di piegarsi alla
mistificazione di Apollo, e quindi fu punito dal dio. Anche la natura del castigo
che Apollo infligge al satiro Marsia ci dice qualche cosa: lo scortica, ovvero
gli toglie la pelle.
Nei riti tribali totemici i partecipanti indossano la pelle
dell’animale-totem con il quale si identificano. Il satiro rappresenta la
condensazione dell’animale con il partecipante al rito. Apollo lo
scortica, ovvero lo depriva della sua identificazione con il capro, Dioniso, e
tutto questo nel contesto del vanto del satiro di suonare meglio del dio
delfico. Il castigo inflitto al re Mida non è di molto diverso: “vuoi
continuare ad identificarti con il capro, ebbene invece della pelle di questo
ti attacco delle orecchie d’asino”
Gli animali, da cui viene l’uomo, non conoscono sublimazione ed
ebbrezza, la loro scarica avviene solo attraverso il potenziamento delle
possibilità dell’Es. L’Io o non esiste affatto o è rimasto
atrofizzato dopo i primi accenni di sviluppo.
Il cristianesimo chiamerà il capro, il diavolo, la Bestia.
All’intuizione di Nietzsche, che allontanandosi da Dioniso fosse andata
persa una buona parte di autenticità, corrisponde la conclusione di
Freud: “Sensazioni che per i nostri progenitori erano dense di
piacere sono diventate per noi indifferenti o addirittura
intollerabili”(“Lettera ad Einstein”, in op.cit., vol.XI,
p.628). E questo lo scrive ad Einstein, che gli aveva chiesto cosa si può fare
per evitare quella guerra che entrambi sapevano si stava avvicinando in maniera
inesorabile. La rinuncia imposta dalla civiltà ai piaceri primordiali stava per
esplodere in un’orgia d’impasto pulsionale Eros-pulsione di morte,
in un’ancora più triste ripetizione dell’esplosione della pentola
chiusa ermeticamente dell’Es e le sue pulsioni all’inizio della
pre-istoria umana.
Nietzsche si rifiuta di prendere in considerazione che nessuna società può
mantenersi sulla base dello sfogo pulsionale dionisiaco. Le pulsioni
dell’Es, senza la canalizzazione e la sublimazione dell’Io
rischiano di minare la stabilità di qualsiasi struttura sociale, e di far
crollare il tempio di Apollo che vi è stato costruito sopra. Freud aveva avuto
il sospetto che la felicità dell’uomo fosse minata dai suoi stessi sforzi
per ottenerla. Qualche anno prima della sua lettera ad Einstein aveva detto:
La civiltà umana
poggia su due pilastri, di cui uno è il controllo delle forze della natura,
l’altro è la limitazione delle nostre pulsioni. Il trono della regina è
retto da schiavi in catene… Le esigenze pulsionali insoddisfatte fanno sì
che egli avverta con un senso di oppressione costante le pretese della civiltà
( “Resistenze alla Psicoanalisi”, in op.cit., vol.X, p.55).
E ora ci è più
chiara anche la frase che abbiamo riportato sopra (p.6): “Trattenere
l’aggressività e comunque malsano, porta alla malattia”, e così
dicendo non ci aveva altro che confermato la saggezza biblica:
“Un’attesa troppo prolungata fa male al cuore, un desiderio
soddisfatto è albero di vita” (Prov.13,12).
Ma non porta forse alla malattia anche il predominio assoluto delle forze
dell’Es? Non ci ha insegnato forse lui stesso che il ritiro delle energie
dalla sfera dell’Io e la regressione a una psiche dominata esclusivamente
dalle pulsioni dell’Es porti alla perdita del principio di realtà,
all’allucinazione e alla psicosi?
Quelle culture che si sono organizzate sotto il dominio della Legge del Padre e
della tradizione sono difese da questo rischio, poiché ricevere su di sè una
legge indiscussa, la coesione del gruppo e le sue regole, preclude anche una
regressione al caos. I riti iniziatici tribali, e dopo la Legge, fungono da
sbarramento alla tentazione dell’Es di disarcionare l’Io. Ma una
società come quella occidentale, una volta superate le costrizioni della
trascendentalità della Legge, superato il rito tribale, e messasi in condizione
di poter scegliere, era sempre in pericolo.
Platone questo lo aveva capito.
Così si spiega da una parte la sua lucidità nel capire che fu proprio la
follia a portare sulla Grecia le sue benedizioni maggiori (p.30),
dall’altra la sua determinazione a impedire qualsiasi manifestazione del
dionisiaco al punto da codificare una Repubblica ideale sotto l’insegna
della repressione e della censura (Rep.,378-380). Per Platone la
soluzione apollinea e la rimozione del dionisiaco erano l’unica strada
per bloccare ogni regressione che avrebbe minato la società, e la filosofia fu
lo strumento per portare a termine questo scopo. Questo spiega le acrobazie
dialettiche nelle quali si spinge pur di arrivare alla meta. I paradigmi che
costruisce nel Fedone per provare la superiorità dell’anima e la sua
immortalità sono la prova che la meta esisteva prima, e la catena dialettica è
solo il mezzo per arrivarvi a tutti i costi.
Ma la sua catena di sillogismi è molto bella. La bellezza del dialogo è lo
scopo, non la sua attendibilità. Usa la bellezza come velo per nascondere la
verità, che come abbiamo visto prima era dionisiaca, quindi brutta, e rischiava
di minare la stabilità sociale così cara a Platone.
Da qui anche il legame tra bellezza, verità e filosofia.
Platone sapeva che la follia, il dionisiaco, sono molto più veri,
nell’unico senso possibile, ovvero autentici, ma doveva trovare a tutti i
costi una verità alternativa che facesse da strumento prima, e da
legittimazione dopo, per l’ordine sociale.
Vuole fare il bene dell’umanità a spese della verità dell’immanenza
esistenziale.
CAPITOLO TERZO
DOPO IL CAPRO
Homo politicus
Come abbiamo visto nei capitoli
precedenti, nella prima metà del primo millennio a.C. i due dei si erano
contesi il primato e la società fu fecondata, e poté arrivare agli apici della
sua creatività per merito della tensione onnipresente fra queste due divinità.
Con l’inizio del quinto secolo A.C. cominciò a delinearsi una preferenza
per la soluzione apollinea e si innescò un processo di repressione e rimozione
delle pulsioni dionisiache, che portarono al primato di Apollo, come unico
detentore della “verità” greca. Come culmine della grande vittoria
di Apollo ci vengono presentate in arte le grandi opere di scultura e di
architettura della Grecità classica. In questo stadio non si può ancora parlare
di rimozione completa del dionisiaco, bensì solo di canalizzazione poiché le
grandi opere d’arte della Grecia classica erano state la sublime fusione
di energie dionisiache nel medium espressivo apollineo. Apollo aveva
imbrigliato Dioniso e lo aveva sottomesso al suo servizio. Nella vita sociale
l’espressione della vittoria di Apollo fu la costituzione della Polis con
le sue istituzioni urbane e democratiche. E invero Nietzsche aveva intuito il
nesso tra la divergenza dal dionisiaco e le nuove istituzioni politiche greche:
non potrebbe essere forse la vittoria dell’ottimismo, il predominio della razionalità, l’utilitarismo pratico e teorico, come la democrazia stessa, di cui esso è contemporaneo -- un sintomo di forza declinante, di vecchiaia approsimantesi, di affaticamento fisiologico, a dispetto di tutte le “idee moderne” e di tutti i pregiudizi del gusto democratico? (“Tentativo di autocritica”, in La Nascita della Tragedia, op.cit., par. 4).
Il fenomeno della
cultura greca, che d’ora in poi chiameremo apollinea, infatti, non è
limitato alle espressioni di arte plastica. Il mondo, o meglio il modus,
apollineo è una struttura mentale, la cui espressione sociale è antitetica a
quella tribale, e intorno alla quale viene organizzata, non solo
l’espressività artistica, ma anche tutta la vita sociale e politica dei
greci. Se le pulsioni dionisiache rappresentano un mondo barbaro e titanico,
dove queste pulsioni possono venire dominate solo dalla repressione e la
rimozione, la soluzione apollinea è la canalizzazione di queste pulsioni e il
loro incivilimento attraverso la sublimazione dell’arte plastica. La
tragedia eschilea, che era stata il prodotto sublime della fusione tra il
dionisiaco e l’apollineo, è anche l’apice dell’espressione
dionisiaca. L’arte, sotto l’occhio vigile di Apollo, non uscirà mai
più di controllo. Le esuberanti energie dionisiache o furono rimosse e
represse, con le uniche trasgressioni lecite delle orge e i baccanali, che
facevano da valvola di sfogo, i quali avvenivano però solo in determinate
occasioni, o furono canalizzate al servizio dell’espressione figurativa
plastica e, in questa loro subordinazione all’apollineo, trovarono la
propria sublimazione .
Come abbiamo visto questa prevalenza dell’apollineo non fu limitata
all’arte. Si svolse parallelamente una scelta esistenziale, il cui
contenuto fu il superamento dei legami di sangue e della fedeltà tribale, in
favore di un’organizzazione sociale e mentale più ampia.
Una società tribale è legata alla Legge del Padre. I capi vengono scelti sulla
base dei legami di sangue e questi sono anche l’unica base degli
interessi comuni. Il senso di colpa verso il padre cementa l’unione dei
fratelli ed è un blocco che inibisce qualsiasi ulteriore sviluppo sociale. I
greci, riuscendo a superare questo blocco mentale, sgombrarono la strada verso
una miriade di possibilità diverse, che invece rimasero precluse ai loro vicini
orientali. Liberi dai legami di una fedeltà “a priori”, i greci
poterono compiere delle scelte, organizzarsi in gruppi indipendenti dal legame
familiare, e formare i primi partiti politici. Così nacque la politica. La
Polis prese il posto della tribù, e le lotte tra i diversi partiti politici il
posto delle faide tra i clan. Questo sviluppo permise la nascita della
democrazia , mentre il superamento del rito tribale permise, e come abbiamo
visto sopra persino rese necessaria, la nascita della filosofia e della metafisica.
L’Occhio di Apollo accompagnerà d’ora in poi i greci anche al di là
della loro particolarità nazionale e il dio divenne il simbolo della cultura
greca quando, in epoca ellenista, questa si trasformò in ecumenica. Vediamo
quindi che, mentre Dioniso rimase il dio della tribalità greca preapollinea,
delle orge e dei lutti, della sofferenza e della resurrezione, Apollo, dio del
sole, rappresenterà il comun denominatore dell’ecumene panellenica: il
culto della bellezza ideale e dell’arte figurativa plastica. Inoltre, dal
momento che il sole rappresenta le aspirazioni universaliste, in
contrasto a quelle settariali e monolatriche, poiché illumina tutto il mondo e
con il suo occhio tutto vede, sarà anche il simbolo di un dio, comune a tutta l’ecumene
pan-ellenica, quando questa verrà percepita come soluzione culturale cosmica.
Il processo di graduale distacco da fedeltà tribale a civilizzazione
probabilmente era stato innescato quando le tribù doriche si erano stanziate
nei territori della Grecia continentale e del Peloponneso e, smesso di essere
semi-nomadi, avevano parzialmente abbandonato la pastorizia per dedicarsi
all’agricoltura, un processo che incoraggia a staccarsi dalla fedeltà al
clan per spostare l’epicentro alla lealtà reciproca che lega tutti gli
abitanti dello stesso villaggio sotto il tetto degli interessi comuni.
Vergogna e colpa
Il Dodds ha percepito questa
metamorfosi mentale che avvenne gradualmente nella psiche greca e ha definito
lo stadio arcaico, che noi abbiamo chiamato pre-apollineo, come “civiltà
di vergogna” da come questa emerge nelle saghe degli Eroi descritti da
Omero . Infatti, come riferisce l’autore, la maggior preoccupazione degli
eroi achei era la propria immagine difronte alla comunità, e il sentimento che
provavano, quando fallivano in qualche impresa o quando venivano scoperti
mentre compivano qualche atto infame, non era il senso di colpa ma la vergogna
di essere considerati indegni dai propri compagni.
La società omerica, che più che civiltà definiremmo cultura, proprio perché i
legami che la vincolavano erano ancora quelli della coesione del gruppo,
rispecchia un modus mentale sociale dove i legami di sangue e di clan sono
ancora fortissimi e non erano stati ancora sostituiti da un nuovo tipo di
lealtà verso lo Stato.
Gli eroi greci si chiamano ancora con il nome del padre: Achille è il pelide,
Agamennone e Menelao gli atridi, ecc. Persino Apollo stesso nel primo libro
dell’Iliade è designato con il suo patronimico: il figlio di Zeus e di
Leto. Nel quinto secolo non vi è quasi più traccia di questi patronimici e i
compagni di Socrate vengono denominati ognuno con il suo nome personale.
La società omerica è quella del gruppo. Agamennone, il duce, è solo il primo
tra i pari e risucchia la sua autorità dal patto di sangue tra le tribù achee,
un patto tra i fratelli. Quando questi offende Achille, l’eroe non si
sente più vincolato da nessun tipo di fedeltà trascendentale e lo insulta
liberamente senza che questo venga considerato atto di lesa maestà. In tutto il
poema omerico non viene menzionata la patria; questo concetto non esisteva
ancora. Come abbiamo visto, nel V secolo le cose cambieranno, e la fedeltà del
singolo verrà trasferita definitivamente dai legami di sangue a quello verso le
istituzioni cittadine. Solo dopo il passaggio a questo stadio noi definiremo la
cultura greca: civiltà. Il punto di rottura e il passaggio a quella che
l’autore definisce “una civiltà di colpa”, e che noi
d’ora in poi chiameremo invece una società apollinea, poiché questa
definizione sintetizza meglio gli aspetti peculiari a questo tipo di
organizzazione, pare essere avvenuto nel VI secolo, e la sua manifestazione
esterna la legislazione di Solone. Con le parole del Dodds:
La famiglia era la chiave di volta della struttura sociale arcaica, la prima unità organizzata, il primo feudo del diritto. La sua organizzazione, come presso tutte le società indoeuropee, era patriarcale (solo indouropee?). Il capo della famiglia era il suo re[…]Verso il padre un figlio aveva doveri, ma nessun diritto; vivo il padre, era un eterno minorenne-condizione che durò in Atene sino al VI secolo, quando Solone stabilì qualche salvaguardia[…]si ritiene che il sistema abbia funzionato, finchè l’antico senso di solidarietà familiare rimase intatto[…]ma con il rilassamento dei vincoli familiari, quando l’individuo cominciò a rivendicare in misura sempre maggiore i suoi diritti e le sue responsabilità personali, dovevano sorgere quelle tensioni interne che da tanto tempo caratterizzano la vita familiare nelle società occidentali. Dall’intervento legislativo di Solone possiamo dedurre che queste tendenze si fossero manifestate apertamente nel VI secolo ( Ibidem, pp.65-6.)
Il rilassamento dei vincoli familiari” avrebbe provocato il senso di
colpa, che sarà, d’ora in poi, la caratterizzazione della struttura
sociale occidentale. Allentati i vincoli familiari, ma sarebbe meglio dire i
legami del clan, ovvero della famiglia in senso largo e traslato, la vergogna
diventa secondaria poiché il singolo dipende di meno, per la propria autostima
e per la sua stessa autosopravvivenza , dall’opinione che hanno di lui
gli altri membri del gruppo.
Secondo noi il senso di colpa, peculiare del complesso di Edipo della famiglia
monogoma occidentale non è causato dal rilassamento dei vincoli familiari per
sè, come sostiene il Dodds, bensì dalle sue conseguenze. Rilassati i legami di
sangue che legano i membri del clan tra di loro ed abbandonati i riti tribali
che rappresentano la coesione sociale nelle società arcaiche, il senso di colpa
rimane senza una soluzione ed emerge in tutta la sua inquietà perturbante
. I riti tribali, che cementano la coesione del gruppo e attraverso i quali i
singoli membri diventano un unico corpo , un insieme di auto-identità e
approvazione reciproca, risolvono il senso di colpa ed evitano la nevrosi, che
scoppia sempre solo quando vi sia una divergenza tra le esigenze del singolo e
quelle della collettività. La nevrosi diventa così un fenomeno legato alla
civiltà e alle pesanti esigenze che impone al singolo, senza più dargli,
privatolo del rito tribale, i mezzi per risolvere i conflitti prodotti
dall’ambivalenza pulsionale.
Il processo di rilassamento dei vincoli che legavano il singolo al clan e il
passaggio della fedeltà alla polis era ormai già completato nel 399 a.C. data
del famoso processo di Socrate, poiché così apostrofa il maestro uno dei suoi
discepoli:
Con tutta la tua sapienza non ti rendi conto che la patria è più preziosa sia della madre che del padre e di tutti i tuoi antenati, e più sacra , più venerabile, più degna di considerazione da parte degli dei e degli uomini assennati; e che le si deve obbedire e servirla anche nelle sue ire, più che un padre? E che l’alternativa è fra persuaderla o eseguire i suoi ordini, soffrendo in silenzio se ci impone di soffrire, si tratti di essere battuti o imprigionati, o anche di essere feriti o uccisi se ci manda in guerra[...]se è empietà usar violenza contro il padre e la madre, tanto più lo sarà contro la patria” (Critone 51/ b-c).
Come abbiamo già
visto sopra trattando dei parametri estetici, anche in questo contesto, ai
tempi di Socrate la società greca aveva completato la sua metamorfosi: la
Patria aveva preso il posto della tribù e la fedeltà allo Stato il posto dei
legami di sangue e persino le veci del padre e della madre: da società tribale
si era trasfigurata a polis, società apollinea. Come appare chiaro dalle parole
di Socrate, quelli che erano forti legami di patto di sangue tra i membri del
clan, si trasfigurano in doveri di fedeltà alla Patria. In questo processo il
legame affettivo perde di intensità, poiché da concreto si proietta in
astrazione, e l’intensa vergogna che provava il greco difronte alla tribù
dei fratelli se commetteva un atto indegno dell’onore del gruppo, si
trasfonde in un soffuso senso di colpa se trasgredisce quelli che sono i
parametri morali di un’entità astratta ed estraneata.
Le parole di Socrate esortano i suoi discepoli a trattare l’idea astratta
di Patria come nei tempi antichi venivano trattate istanze molto più concrete:
il padre, la madre e gli antenati. Ma mentre una società tribale non avrebbe
avuto bisogno di esortazione alcuna per avvicinarsi con sacro terrore ai riti
del clan e i suoi tabù, la società apollinea ha bisogno di essere sollecitata
continuamente al rispetto delle sue istituzioni, poiché la morale del singolo
non corrisponde più automaticamente a quella della collettività.
Dalle mura di Troia al regno dei cieli
Come abbiamo visto sopra Febo
avesse terrorizzato gli Achei sotto le mura di Troia, come lo stregone e la
generazione degli adulti fanno con i novizi durante i riti d’iniziazione
puberale. Degna di menzione è anche la causa, addotta da Omero, che avrebbe
scatenato l’ira del dio: un insulto al proprio sacerdote Criso che era
venuto a supplicare la liberazione della figlia, ovvero l’insulto al
vecchio sacerdote, simbolo della figura paterna, e il rapimento della donna,
simbolo dell’incesto.
Questi sono esattamente i due rimproveri che vengono mossi ai giovani novizi
durante i riti puberali e la causa addotta per i maltrattamenti che devono
subire .
Subito dopo la conciliazione con il sacerdote verrà data via libera alla
conquista di Troia. La riconciliazione tra la generazione dei giovani e quella
degli adulti è infatti lo scopo finale di tutto il rito iniziatico puberale.
Appena la cerimonia viene portata a compimento è permesso al giovane, e in
alcune tribù è persino obbligatorio, avere un rapporto eterosessuale. E infatti
la presa di Troia e della donna entro le sue mura, attraverso il simbolo
fallico del cavallo e del coito degli eroi che irrompono da esso è la
rappresentazione simbolica di questo rapporto consumato. Da questo dio
minaccioso si trasfigurerà l’immagine del dio delfico che insegna e
propone gli enigmi, la figura degli adulti che minacciavano di morte i giovani
si evolve a simbolo di ogni insegnamento e saggezza, e questa corrisponde
all’idea di verità.
Ma c’è anche un altro aspetto di Apollo: quello che emerge dal canto di
Ovidio. Qui un giovane dio sconfigge con il suo arco e le sue frecce il Pitone,
emerso dalla madre terra dopo il Diluvio (Metam., I, 435-445). Qui il
dio non è più l’iniziatore, bensì il giovane novizio che perpetra
l’atto eroico. Questa istantanea è già la rappresentazione
dell’identificazione dei giovani con la generazione degli adulti:
iniziatore e iniziato si condensano in un’unica immagine.
Come abbiamo visto sopra, a complemento dei riti deve avvenire l’atto
eterosessuale. E infatti Ovidio ci descrive, in un’unica catena
associativa, l’atto eroico, la gloria dei giochi pitici, l’alloro e
l’infatuazione per Dafne, figlia di Peneo. Ma qui viene introdotta una
nota dissonante: mentre nei riti della pubertà l’atto eterosessuale viene
sempre consumato a coronamento della cerimonia d’iniziazione, nella
rappresentazione di Ovidio Dafne, l’amata, viene inseguita ma non
raggiunta, e si trasforma in albero sotto lo sguardo supplicante del giovane
dio. Il mito apollineo, a differenza del mito omerico che ci presentava
un’istantanea distillata e camuffata del crudo rito tribale, introduce la
prima nota di quello che diventerà, con il crollo del mondo antico, un
ritornello conosciuto: l’astinenza come modello.
Apollo è fratello di Artemide, la dea vergine dall’arco e le frecce, e
per questa rappresentano lo strumento apotropaico che difende la sua verginità.
Questa parentela non può essere completamente priva di significato. La dea è,
dunque, il parallelo femminile del fratello. Come Apollo è sempre circondato da
giovinetti da iniziare e sarà il loro protettore, così Artemide è la dea delle
giovani vergini che la seguono dovunque. Se Apollo insegna ai giovani maschi
l’arte di diventare uomini e conquistarsi le fanciulle, la sorella
insegna allo stuolo delle sue seguaci come fuggire e come difendersi dalle
bramosie maschili. A un’iniziazione maschile che si traduce in virilità,
corrisponde, così, un’iniziazione femminile che si traduce in verginità.
Ma come abbiamo visto il dio, dopo molti secoli da quando era apparso per la
prima volta sotto le mura di Troia, viene frustrato nel tentativo di
avvicinarsi alla donna. La saggezza di Apollo, alle soglie della crisi che
colpirà il mondo occidentale si traduce, attraverso l’allusione di questo
aspetto del mito, in astinenza. A differenza della “saggezza” delle
antiche tribù greche, quella di una società che da tempo aveva passato la
metamorfosi da società arcaica, “di vergogna”, per adoperare
un’espressione del Dodds, a quella di “colpa” della
Polis greca, il canto di Ovidio allude alla frustrazione di Apollo come a un
modello da seguire; bellezza e verità si associano così ad astinenza-verginità.
Raccogliendo tutti gli elementi che sono emersi dai capitoli precedenti
possiamo ora ricostruire la formula, che in un’evoluzione di più di un
millennio rappresenta la sintesi dello sviluppo di tutta la cultura
occidentale: sacralità del totem-capro-Dioniso, consustanzialità con Apollo --
il dio educatore -- scissione tra le due divinità in concetti antitetici, ascesa
di Apollo a divinità dalla connotazione normativa positiva e parallelamente
degradazione di Dioniso a un concetto normativo negativo, Apollo = divino =
bellezza = amore = sapienza = anima, Apollo = astinenza.
Siamo appena ad un solo passo dalla sintesi che opererà il cristianesimo:
Apollo = bellezza = Sapienza = anima = astinenza = fede = Cristo = Paradiso:
l’amore cristiano guarderà dalle sue proiettate altezze nel regno
dei cieli con disgusto l’amore sensuale, sessuale e sfrenato di Dioniso e
lo condannerà all’inferno.
Il sentimento mistico di unità (p.2) dell’orgia pulsionale di
Dioniso, l’apologia dell’Es, era stata una comunione concreta con
il capro ucciso. Questa comunione-identificazione poteva essere raggiunta solo
ritirando qualsiasi investimento dall’Io, che è la provincia psichica
dove avviene la differenzazione tra mondo esterno ed interno (p.12), per
potenziare al massimo tutte le energie in uno scoppio che sfoghi ed annulli
qualsiasi tensione: questo è anche l’apice, dopo di esso il nulla. Eros e
pulsione di morte si fondono in un unico impasto che sintetizza il tutto
(intenzionalmente abbiamo evitato il termine “che rappresenta”
poiché la rappresentazione fa solo parte della sfera dell’Io e di
Apollo). Qui ci diventano chiare le parole di Nietzsche: “..della realtà
piena di ebbrezza , che a sua volta non tiene conto dell’individuo, e
cerca anzi di anniettare l’individuo e di liberarlo in un senso mistico
di unità” (p.2), poiché all’apice dell’orgia dionisiaca
l’individuo ottiene tutto e viene liberato da qualsiasi inibizione e
costrizione imposti dal mondo esterno = Io e contemporaneamente svuotato ed
anniettato. Ritirata qualsiasi energia dall’Io, l’unica epifania
dei contenuti interni proiettati all’esterno può essere
l’allucinazione .
Nell’epifania apollinea questo senso di unità mistica, attraverso
l’inibizione e la sublimazione era stato sostituito da un nuovo tipo di
sfogo pulsionale, questa volta con il veicolo degli strumenti di Apollo:
l’occhio, la visione (trasfiguratasi in arte e estasi religiosa), la
fede. Questo sfogo pulsionale è ben diverso da quello dionisiaco, che è uno
scoppio. Ad esso si addice il termine ebbrezza, poiché è una condizione di
estasi prolungata che sfocia in unità mistica che è proprio il contrario dell’anniettamento,
come la lenta ebollizione, nella similitudine da noi adoperata, è la soluzione
energetica alternativa allo scoppio del contenitore chiuso ermeticamente. La
definizione sentimento mistico di unità coincide anche con questa situazione
psichica. I suoi strumenti sono la rappresentazione figurata, il sogno,
l’arte e l’estasi religiosa. La sua istanza topica, o provincia, è
il polo opposto. Eppur si toccano!
I due estremi, come nel globo terrestre, coincidono e l’ultimo fuso
orario tocca il primo. Così anche la co-munione apollinea, pur usando strumenti
antitetici a quella dionisiaca, luce la prima come black-out la seconda,
all’esterno e verso l’alto come all’interno e verso il basso,
all’estremo della sua espressione produce lo stesso annullamento
dell’orgasmo dionisiaco. Per capire cosa intendiamo basta pensare
all’estasi di Santa Teresa di Avila, alla sua figura rapita dal tremore
erotico, come è stata scolpita dal Bernini, oggi in Santa Maria della Vittoria
a Roma, e alle sue parole nel descrivere la sua “passione”:
Vedevo un angelo accanto a me…lo vedevo tenere in mano una lunga freccia d’oro, che sulla cuspide aveva mi pareva avesse un pò di fuoco. Mi pareva che me la conficcasse più volte nel cuore, spingendola fin dentro le viscere: e quando l’estraeva, avevo l’impressione che se le tirasse dietro, lasciandomi tutta ardente di un immenso amor di Dio (Libro de su vida, 1562).
Nessuno può
distinguere tra l’orgasma “spirituale” da lei ottenuto
attraverso la contemplazione e la fede, e quello “carnale”
raggiunto nell’orgia dionisiaca. Come gli ossessi dionisiaci, il suo
corpo è rapito, ovvero annullato, preso da qualcun’altro. L’estasi
dell’arte e quella religiosa sono infatti paragonate a un rapimento.
La musica della civilizzazione si stacca sempre di più dall’orgasma
originale attraverso il medium apollineo, ma ogni tanto fa, proprio
attraverso gli strumenti di questo, un’incursione verso gli estremi che
si toccano, tentando un contatto, una co-munione. Come esempio si può portare
il magnifico Salve Regina di Claudio Monteverdi (Venezia, 1640), dove i
vocalizzi dei cantanti, in corrispondenza delle parole della progressione
finale “O dulcis virgo Maria”, si abbandonano a una melodia di
sfrenata sensualità, che evoca il culmine dell’eccitamento sessuale.
Come abbiamo visto esistono due tipi di unione mistica, di co-munione, ai due
poli opposti delle province psichiche: la prima attraverso lo scoppio e
l’autoanniettamento, questa è la scarica dell’orgasma e del black-
out, e la comunione è con il capro, il corpo del padre ucciso, la co-noscenza è
immanenza: Eros e pulsione di morte si fondono in un’unico tutto. Il
nucleo di questo tipo di comunione sarà sublimato dal cristianesimo attraverso
l’Eucarestia, ma la buccia, la cruda espressione sensuale sarà relegata
all’altro polo, a quello delle tenebre dove regna Luci-fero, quello che
era stato l’angelo più luminoso, diventato signore del regno delle
tenebre. A questo regno, diventato ora quello del padre spodestato e divorato
attraverso lo sfogo pulsionale ininibito, verranno associati tutti i culti
satanici con la loro connotazione di sesso e morte, sacrificio cultuale e
orgia. Il corpo del Padre, il capro, diventa quello del diavolo dai molti nomi,
la Bestia par excellence.
La storia del medioevo è piena di allucinazioni in cui l’immagine rimossa
del padre ucciso riemerge nelle allucinazioni su un Satana, con la coda e le
zampe caprine, le corna e la barbetta tipica dell’animale.
L’immagine rimossa proiettata nell’alter degli ebrei, o degli
eretici, o di donne accusate di copulare con lui. L’arcaico rito di
purificazione perpetrato attraverso l’orgia sacra alle insegne
dell’immagine del dio, quando riemerge come allucinazione viene
ri-perpetrato e risolto attraverso la sua negazione nel rito di purificazione
del rogo, il fuoco sacro, simbolo esso stesso di eccitazione erotica e di
copulazione .
La seconda co-munione avviene attraverso la sublimazione di Apollo,
l’arte, la visione per mezzo dell’organo del senso, l’occhio,
a questa si addice il termine di epifania nel senso di rivelazione
trascendentale, di luce, che viene dal difuori, anzi dall’alto, dalle
stesse altezze alle quali le immagini interne erano state proiettate, la
scarica avviene attraverso il sogno e l’ebbrezza e la co-munione è con la
bellezza del corpo di Apollo.
Luci-fero viene fatto precipitare dal regno della luce a quello delle tenebre.
Questa è la traccia mnestica dello spodestamento del Padre originale, il capro
che diventa la bestia sotterranea, e la cui co-munione viene privata di
qualsiasi luce e relegata ai culti satanici. Dioniso, il capro sacro aveva
fatto una lunga strada, in Occidente, dall’unico dio detentore di tutta
la sacralità al polo opposto. Al suo posto viene la co-munione con la luce di
Apollo.
L’Evangelista che enfatizza l’equazione Cristo = luce è Giovanni
(4,4-9), e non a caso è lo stesso che comincia il suo messaggio con il logos:
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso di Dio, e il verbo era
Dio” (1,1). Il logos, la sapienza, che nei versetti seguenti diventa
sinonimo di luce, è la soluzione finale di un lungo percorso cominciato molti
secoli prima.
Platone attraverso il gradino della bellezza era salito a quello della
filosofia e della verità e l’Evangelista riprende esattamente lo stesso
tema. L’unico equivoco è che il processo era avvenuto
all’incontrario: prima era venuta l’azione, il brutto, “il
Diavolo”, Lucifero, principe delle tenebre, il capro, la Bestia; dopo era
venuta la bellezza, la luce, il logos, Dio. Il logos era stato la soluzione al
capro, la Bestia. Il Verbo, che Giovanni pone all’inizio di tutto, era
stato, invece, la soluzione finale. Ed ecco che tutto si ricollega: Dioniso in
contrapposizione a Apollo, Es a Io, pulsione a inibizione-sublimazione, scarica
orgiastica a ebbrezza, conoscenza immanente a sapienza e poi fede,
allucinazione a sogno, baccanale a arte, effusione ad espressione, brutto a
bello, sessualità sfrenata ad astinenza, tenebre a luce, azione a Verbo,
inferno a paradiso e diavolo a Dio.
Ed ora una breve disgressione: è sia interessante che illuminante notare come
Freud adoperi la parola logos. Mentre l’Evangelista, epigono di Platone,
con logos intende La Ragione trasfigurata in verbum dei, ovvero la verità
trascendentale che è il Dio stesso e i suoi insegnamenti, a Freud era molto
cara la ragione umana come mezzo per liberarsi dalla Ragione divina e da quella
che definisce un’illusione . È forse il logos caro a Freud
l’estremo capolinea dell’evoluzione apollinea che in un cammino di
molti secoli aveva trasformato l’immanenza pulsionale in trascendenza
divina e viene ora tradotta in fiducia nella ragione umana e nella scienza? Non
è forse questo positivismo freudiano un’ulteriore gradino
nell’astrazione apollinea, razionalizzato come fiducia nella scienza?
Quando Freud dice: “a lungo andare nulla può resistere alla ragione e
all’esperienza” questa non è una constatazione che si basi
sull’osservazione scientifica; è un postulato di fede esattamente come
quello del Vangelo. E questo proprio quando dichiara la sua sicurezza che la
ragione sostituirà la fede, come gli evangelisti postulavano che il
cristianesimo avrebbe sostituito il paganesimo e la Ragione di Apollo avrebbe
preso il posto dell’immanenza di Dioniso. “L’Avvenire di
un’illusione” è un saggio stridente nel corpus degli scritti
freudiani; non perché tolga il velo sull’essenza della fede religiosa, ma
perché sostituisce la fede in un’illusione con la fede in un’altra:
quella nella ragione umana. Eppure era stato proprio lui a rivelarci che le
forze pulsionali e le loro trasfigurazioni sono sempre più forti. Che la
ragione umana nulla può contro l’Ananke! Proprio la ragione e
l’esperienza, il logos freudiano, sono quelle che alla fine vengono
sopraffatte dall’ananke. Il positivismo freudiano è forse l’unico
aspetto del suo lascito che ci ricorda la lunga strada depistante di Apollo e
le sue vie, e contraddice l’esperienza psicoanalitica in quanto questa ha
dimostrato di potere solo nell’ambito dei singoli individui che hanno la
capacità di nuotare controcorrente e sottoporsi in carne a quello che Nietzsche
aveva chiamato, naturalmente in un altro contesto, una trasvalutazione di tutti
i valori
Niente può la psicoanalisi per la società, per l’educazione, per il
futuro dell’umanità.
Oggi intellettuali che non hanno mai letto una parola di Freud, né si sono
sottoposti ad un’analisi, lo dichiarano superato. Con le parole di Peter
Gay, il biografo di Freud: "Freud fu inorgoglito dall’aver
disturbato il sonno dell’umanità e questa gli ha restituito pan per
focaccia trivializzandolo, diluendolo, o trovando scuse per ignorarlo”
("Introduction," in The Freud Reader, ed. by Peter Gay, W.W.
Norton & Co., New York 1989, pp. xiii - xiv).
L’ultimo volto di Apollo, la moda, è di dichiararsi iunghiani. Quando
qualcuno si dichiara tale, intende dire che si è adattato alla nuova ecumene
apollinea, è una persona civile che si sa adeguare agli ultimi sviluppi della
scienza, l’ultimo grido del conformismo apollineo. Come Apollo e la sua
connotazione di luce e di sublimazione era venuto, nella percezione
occidentale, dopo Dioniso e lo aveva superato, così oggi Jung e le sue soffuse
astrazioni sovrappongono come un velo la pulsionalità immanente delle scoperte
di Freud. La verità diventa irrilevante. Come per Platone, l’importante è
la bellezza. La teoria iunghiana degli archetipi è infatti bella, soffusa,
tende a conciliare, rifugge il confronto, si rifugia dietro postulati dogmatici
condensati per difendersi dalla penetrazione, che con la sua chiarezza ne
decodificherebbe le contraddizioni. Forse, se Freud fosse vissuto ai nostri
giorni, non si sarebbe abbandonato a strane pastoie positivistiche. Avrebbe
visto con i suoi stessi occhi come la razionalizzazione si impadronisce della
ragione e dell’esperienza e fa di queste il suo feudo assoluto. Anche in
vecchiaia credeva che la resistenza alla psicoanalisi fosse stata una
controcorrente destinata a essere vinta dalle forze della ragione umana: il suo
logos personale. Questa strana fede corrisponde esattamente a quella della fede
nella giustizia divina, quella della razionalità di Apollo.
Alle soglie del cristianesimo
Siamo andati a vedere dove ci
portava questo sentiero apparso improvvisamente ai lati della via maestra ma
adesso torniamo sulla strada principale.
Con il prevalere dell’apollineo la “conoscenza”
dell’immanenza pulsionale dionisiaca viene rimossa, relegata ai misteri,
feudo esclusivo di un’elit di iniziati guardati con sospetto, forse come
lo sono i massoni dei giorni nostri, e tale deve rimanere: un mistero. La
musica orgiastica dionisiaca, la danza sfrenata e persino la tragedia eschilea
vengono relegate all’opposto e diventeranno l’antitesi di quello
che è socialmente desiderabile, al punto che Platone filosofeggia se non sia il
caso di proibirle nel suo stato ideale, come propone di proibire Omero e di
censurare i miti greci che raccontano di cose “sconvenienti”.
I riti legati a Dioniso continuarono a venire festeggiati, come nelle
dionisiache rurali e cittadine, e persino vi era una città sacra denominata
Dionysia dove ogni sorta di svaghi e orge venivano celebrate all’insegna
del dio. In epoca ellenista un teatro fu edificato in suo onore
sull’Acropoli di Atene, ma quella che ai tempi di Eschilo era ancora una
tragedia divenne commedia e in questo teatro si festeggiava sempre meno la
sacralità e sempre di più la scurrilità del dio. La gente non andava più a
teatro per esperimentare sulle proprie membra la passione del pasto totemico
nel tremore dell’identificazione e della catarsi bensì per svagarsi: le
commedie dei satiri, un cabaret parallelo ad ogni società in decadenza, e le
rappresentazioni teatrali all’insegna di Dioniso prolificavano come i
nigth-clubs di Parigi o della Berlino tra le due guerre.
Divenne un dio della fertilità, come quelli semiti celebrati in tutto
l’oriente ellenizzato: Attis, Adonis, Tammuz. Diventò improvvisamente un
dio “orientale”, come quelli che morivano alla fine della primavera
per risuscitare in autunno, quando nel Medio Oriente le prime piogge riportano
alla vita la natura, che era rimasta arida sotto il solleone estivo. Dalla metà
del V secolo in poi divenne un dio con il quale l’anima greca avrà
sempre più difficoltà a identificarsi. Sempre meno dio e sempre più satiro, nel
senso volgare della parola. La morte sociale di Dioniso trascinerà con se anche
l’agonia di Apollo. Il dio defico senza un’equivalenza antitetica
perderà anche lui di intensità vitale. La sua massima espressione, la saggezza
comunicata per enigmi, transustazione dell’arcaica conoscenza comunicata
ai giovani attraverso il rito iniziatico puberale, diventa attraverso la
razionalizzazione della filosofia, “verità ideale”. Priva
dell’apporto energetico delle energie provenienti dall’Es, in
concomitanza con il processo di rimozione, gradualmente anche il volto di
Apollo era impallidito.
L’arte occidentale, dopo essere arrivata ai suoi apici nella fusione
delle energie dionisiache con il medium visivo del dio delfico, dal IV
secolo in poi comincia a decadere. Il regno di Fidia e di Prassitele viene
sostituito da quello di Platone e di Aristotele. La filosofia viene al posto
dell’arte, come strumento di rimozione e di razionalizzazione. Apollo
aveva vinto, ma era molto, molto stanco. Il processo era stato lento ma letale.
Se il modus mentale apollineo aveva portato alla democrazia della polis greca
come sviluppo naturale del bisogno di libertà ispirato da Apollo come
conseguenza del superamento del rito tribale e della Legge del Padre, ecco che
Platone vuole codificare delle regole precise, vuole farne una repubblica ideale,
e introdurre così dalla porta posteriore una censura e una regolamentazione che
sono proprio l’antitesi dello spirito di libertà della polis greca. Come
già, per Platone, il bello era stato il parametro per costrure i suoi schemi
filosofici, questi fanno presto a diventare una fede.
Quando nella Grecia arcaica il dio delfico dall’interno del suo tempio si
pronunciava per enigmi, le sue sentenze oscure alludevano che solo i degni, gli
iniziati alla vera essenza del dio avrebbero potuto decodificarne i significati:
eravamo ancora ben lungi dalla filosofia socratica e le sue catene di
sillogismi. Con Platone lo schema è pronto: il filosofo, ispiratosi al bello,
che come abbiamo visto è l’antitetico del brutto, il capro, filosoferà su
quello che è buono o malvagio, giusto o ingiusto. Il filosofo diventa così il
nuovo sacerdote di Apollo. La sua aspirazione è tradurre i suoi postulati
filosofici in articoli di fede: siamo già alle soglie del dogma. Se Platone sà
di poter distiguere tra il bene e il male, teme però che non tutti riceveranno
i suoi postulati, e non si accontenta di diffondere la sua scienza, vuole
imporla come unico schema politico. I filosofi della sua Repubblica non sono
più dunque come l’oracolo di Apollo, che viene consultato volontariamente
da chi vuole essere illuminato attraverso il medium della sacralità del
dio, bensì una classe politica detentrice della verità assoluta.
Platone dunque, e non Pietro, è la pietra su cui verrà edificata la Chiesa.
Link: Il Cristo dionisiaco e la musica
CAPITOLO QUARTO
DALLA LEGGE DEL PADRE ALLA FILOSOFIA
La necessità
Nei capitoli precedenti abbiamo
accennato a come il distacco dal rito del clan e l’allentamento dei
legami di fedeltà di sangue abbiano gettato le basi per la nascita della
filosofia. Questo è un fenomeno specifico dell’Occidente, poiché solo qui
lo sviluppo portò non solo a cercare una razionalizzazione del rito stesso,
come d’altronde succede anche in tutte le altre culture, ma a creare una
metafisica che spieghi il cosmo staccandosi dal rito, superandolo e al dunque
confutandolo.
Mentre nei grandi centri delle civiltà antiche, Egitto e Babilonia, la
filosofia si limitò a proiettare il mito specifico a tutto il cosmo e a creare
dei miti astrali, che non erano altro che una proiezione alle altezze
celesti del rito terreno dopo che era stato razionalizzato in mito, in Grecia
le energie furono impiegate nel creare dei sistemi ex novo come legittimazione
a nuove forme di cultura religiosa, politica e di costume. In filosofia
assistiamo all’assolutizzazione di un singolo elemento della realtà,
astraendolo dal suo contesto originario (esattamente come i primi filosofi
greci cercavano “il principio” da cui facevano poi dipendere tutto
il resto).
Originariamente, la filosofia non si distingueva dalla scienza: esisteva solo
la nuova sapienza apollinea, che aveva progressivamente sostituito la
conoscenza dionisiaca, l’unico patrimonio della società arcaica. Di
questa nuova sapienza apollinea, la scienza costituiva l’istanza più
avanzata. La filosofia, invece, ebbe il ruolo di sostituire e di superare la
legge primordiale, e di dare nuovi strumenti per difendere ideologicamente le
mura della Polis mediante lo strumento della razionalizzazione.
In ogni sistema filosofico, ciò che viene assolutizzato non è mai preso a caso.
In primo luogo ad essere astratto è esattamente l’anello debole dello
scheletro sul quale viene intessuto l’equilibrio raggiunto, e viene
proiettato in una dimensione diversa da quella della realtà per mascherarne la
debolezza. A questa funzione si condensa quella di esaudire un desiderio.
Abraham ha paragonato il mito al sogno prodotto da una collettività nel suo
complesso . Possiamo allora considerare la filosofia, che viene a sostituire il
mito razionalizzandolo, come il sogno di una civiltà in un successivo livello
del suo sviluppo. Utopie politiche, promesse di salvezza religiosa, di
purificazione razziale o spirituale, sono tante facce della stessa medaglia,
che originano dalla stessa radice: il Paradiso perduto, il rimosso. Ma se
questi sono i frutti, le radici di questo albero sono piantate inesorabilmente
nel terreno reale: l’albero succhia la sua linfa dalla situazione reale,
contingente, con cui ci si trova a dover “fare i conti”. Il
pensiero metafisico assolutizza infatti, un aspetto di questa realtà. I
filosofi, nella loro ansia di dovere necessariamente “fare i conti con la
propria coscienza filosofica precedente”, si dimenticano di venire a
termine con il fatto che la società ha il suo modo di cambiare, e la storia
occidentale ha mostrato che un sistema di pensiero è sempre il prodotto delle
condizioni della civiltà materiale che lo esprime: da qui nasce la caducità di
ogni filosofia e di ogni metafisica, cosa che sarebbe stata inconcepibile in
Egitto, dove la metafisica stessa era lo strumento apotropaico contro la
caducità.
1. Metafisica e magia.
La metafisica, dal punto di vista
del modo di pensare che sottintende, esprime una parentela con il pensiero
magico. Tylor, l’antropologo britannico che affrontò tra i primi lo
studio scientifico della magia, ha sostenuto che questa è una pseudo-scienza in
cui i primitivi postulano un rapporto di causa-effetto tra l’atto di
magia e l’effetto desiderato, ovvero, che il principio del pensiero
magico consista nella “sostituzione di un nesso reale con uno
ideale” .
Mentre gli antropologi non psicoanalisti non erano riusciti ad andare oltre una
generica descrizione di questo fenomeno, caratterizzandolo come un difetto del
modo di procedere razionale, Freud ha fatto risalire la magia alle sue radici
pulsionali. Egli adottò l’espressione “onnipotenza dei
pensieri”, per definire una serie di supserstizioni di un suo paziente,
che soffriva di rappresentazioni ossessive caratterizzate dalla convinzione di
potere vedere realizzate certe sue fantasie avendole semplicemente immaginate.
Capì che la magia, ben lungi dall’essere un semplice “errore”
del modo di pensare razionale come questo fu elaborato durante la rivoluzione
scientifica, è una struttura del pensiero che si riferisce a un ben determinato
stadio di sviluppo del pensiero umano; e che nei soggetti nevrotici si
ripresenta come conseguenza della regressione evolutiva innescata dalla
patologia.
I motivi che spingono a esercitare la magia sono facilmente riconoscibili: sono i desideri dell’uomo... l’uomo primitivo ha una straordinaria fiducia nel potere dei propri desideri... A questo punto (quando cioè si è formato il modo di pensare magico) esiste perciò una sopravvalutazione generale dei processi psichici... Le cose retrocedono in secondo piano rispetto alle loro rappresentazioni; ciò che si intraprende con queste ultime deve verificarsi anche con le prime... Riassumendo potremmo ora dire: il principio che regge la magia, la tecnica del modo di pensare animistico, è quello della ‘onnipotenza dei pensieri (S. Freud, “Totem e tabù” in op.cit., vol.VII, pp.89 – 91).
Anche la
filosofia pretende, infatti, di costituire un “sistema” universale
del mondo, non attraverso la sperimentazione, ma dichiarando a priori la
possibilità di poterlo fare nell’ambito del puro pensiero. Una volta
approntato il sistema, la realtà vi si dovrà adattare. La filosofia non ha
bisogno di sperimentazione, per usare un’espressione cara a Leonardo da
Vinci essa inizia e termina nel pensiero. La sicurezza che spesso i filosofi
mostrano di avere nel puro pensiero, come strumento per l’evoluzione
della civiltà, trova il suo corrispondente in quest’altra considerazione
di Freud:
In tutte le
nevrosi è determinante, ai fini della formazione dei sintomi, non la realtà
dell’esperienza, bensì quella del pensiero. I nevrotici vivono in un
mondo particolare, nel quale, come mi sono espresso altrove, ha corso soltanto
la ‘moneta nevroticà; ... il nevrotico rivela quanto egli sia
vicino al selvaggio che presume di mutare il mondo esterno con i puri pensieri
( Ibidem, pp.92 – 93).
Comprendendo nel
narcisismo il fondamento pulsionale del modo di pensare magico, e noi
aggiungiamo, metafisico, Freud disegna uno schema in cui a ogni stadio di
questa evoluzione corrisponde un livello della personalità:
Allora la fase
animistica corrisponde sia cronologicamente che per il suo contenuto al
narcisismo, la fase religiosa corrisponde a quello stadio di rinvenimento
dell’oggetto che si caratterizza per l’attaccamento del bambino ai
suoi genitori, e la fase scientifica trova il suo esatto corrispettivo in
quello stato di maturità dell’individuo che ha rinunciato al
‘principio di piacerè, e, adeguandosi alla realtà, cerca il suo oggetto
nel mondo esterno (Ibidem, p.95).
Identificando il
modo di pensare scientifico con la fase della maturità dello sviluppo psichico
occidentale, egli stesso ci informa che tra il modo di pensare metafisico
– legato al pensiero magico e al principio di piacere – e il modo
di pensare scientifico – legato al pensiero sperimentale / razionale e al
principio di realtà, vi è una differenza di livello. Essi si riferiscono
a stadi di sviluppo diversi.
2. Greci e Persiani
Non è casuale che la filosofia
ebbe una particolare fioritura nelle colonie greche impegnate nella guerra
contro la Persia e che i filosofi presocratici fossero anche uomini politici
antipersiani. Questa fece infatti da strumento apotropaico contro il pericolo
di riattivazioni dionisiache stimolato dalla vicinanza dei Persiani. La
filosofia degli esordi, dei primi pensatori ionici, Talete, Anassimandro e
altri, tradisce questa associazione, ma il movimento di distacco dal modus
mentale arcaico a quello della polis è rintracciabile in tutti i filosofi greci
presocratici, almeno fino a Eraclito. Questi filosofi, se da un lato hanno
inaugurato una nuova forma di sapienza, dall’altro hanno attinto a piene
mani a quella conoscenza dionisiaca che in loro era ancora attiva e vitale.
Sarà con Platone e con i sofisti che la soluzione apollinea soppianterà
definitivamente quella dionisiaca e la filosofia prenderà, per i successivi
duemila e quattrocento anni, la strada della metafisica.
Talete, Anassimandro e
Anassimene
Talete viene ricordato come il
filosofo che aveva posto l’acqua come principio dell’essere,
osservando, dai suoi studi scientifici, che il nutrimento di tutta la materia
vivente trae origine da essa. L’acqua è un simbolo femminile. Come ha
osservato Freud, la nascita è sempre associata mediante un riferimento
all’acqua. Questo simbolo rappresenta il corpo della madre in quanto
l’uomo, nella prima fase della sua storia evolutiva, ha vissuto come
embrione immerso nel liquido amniotico . L’acqua rappresenta dunque il
corpo della madre, di cui il bambino si è nutrito nei nove mesi della
gravidanza. La teoria di Talete esprime così una fantasia incestuosa, intrauterina
rimossa.
Ma mentre nella tribù primitive le pulsioni incestuose dei giovani novizi
vengono rimosse mediante un’azione collettiva e violenta, ma certamente
efficace allo scopo, e che si conclude con la definitiva maturità sessuale
degli iniziati e il loro ingresso a pieno titolo nel consesso degli adulti,
nella Polis, dove il singolo è lasciato a se stesso a misurarsi con le sue
spinte incestuose, Talete non può fare altro che nascondere queste spinte
dietro un tentativo di razionalizzazione, che traduce il rito in mito e questo
in metafisica, facendogli perdere il valore concreto che questo possiede nel
suo contesto originario. Quello che rimane è un non ben determinato
“sapere” la cui natura voyeristica si traduce in curiosità
scientifica.
Omero lo aveva già detto che l’inizio di tutto era stata l’acqua:
l’Oceano era «l’origine degli dei» e «l’origine di tutto». Da
Oceano venne Teti, che veniva chiamata Madre (Il., 14/201 e 246), e non
aveva fatto finta di averlo scoperto come risultato di una speculazione
filosofico-scientifica. Per Omero era un mito, e il mito, come ci ha insegnato
Freud, non rappresenta una realtà materiale bensì una verità storica . Non
pretende di descrivere la realtà bensì ci racconta in forma simbolica quello
che tutti sanno, ovvero che l’uomo viene dall’acqua
dell’amnio materno. Il simbolo di quella che è verità universalmente
accettata non ha bisogno di essere riscoperto dalla speculazione scientifica, a
meno che questa verità comune non sia stata rimossa rinnegando il mito. Il greco
dei tempi di Omero non provava interesse nelle origini scientifiche del mondo
poiché era per lui ovvio che l’uomo nasce dall’acqua materna,
questo concetto lo esprimeva attraverso il mito, e questa era anche
l’unica verità che lo riguardasse. La cosa interessante è che la
razionalizzazione raggiunge qui, per la prima volta, un livello altamente
elaborato. Notiamo una sistematizzazione della razionalizzazione. Ogni mito è
una razionalizzazione di un rito ma adesso il mito viene organizzato in modo
singolarmente nuovo: fa un salto di qualità, diventa filosofia, e se da un lato
dimostra la forza della nuova sapienza apollinea, dall’altro comincia
quel distacco dalla propria essenza profonda, quella rimozione del mito stesso,
che caratterizza la filosofia occidentale. Non a caso Platone esprimerà la sua
avversione per gli antichi miti, in quanto voleva sostituire alla verità
esistenziale greca una verità che ribadisse le sue costruzioni filosofiche.
Nello stesso tempo, è presente la regressione del pensiero scientifico al
livello del pensiero magico, un compromesso tra soddisfazione pulsionale e
rimozione innalzata a postulato scientifico. Non sarà certo con la teoria
dell’acqua di Talete che i cittadini della Polis potranno conoscere gli
strati più profondi della psiche e la propria essenza pulsionale, anzi, la
filosofia di Talete sembra fatta apposta per poterli sviare da quella che era
stata la realtà esistenziale, ovvero per aiutarli a stendere il velo
dell’amnesia sulla verità arcaica.
Anassimandro e Anassimene proseguono sulla scia del loro predecessore.
Secondo Anassimandro, il “principio” (che conia il termine di à
– peiron, l’indefinito, l’indeterminato) è “invisibile
all’occhio fisico e, pertanto, non definito, non descritto, non
delimitato, (àpeiros)”. Se tutto ha un suo disegno, un suo
“contorno”, una sua “configurazione”, e
“determinazione” (peras), la sua “negazione” è un quid
indefinito, indeterminato, senza contorni e perciò senza limiti, l’à
– peiron,” . Anassimene critica Talete, e nello stesso tempo ripete
il concetto di Anassimandro: secondo lui, l’aria è più
“primordiale” dell’acqua (in quanto questa si produce per
condensazione di quella), ed è quindi questa il “vero” principio.
La sua “aria” è però un concetto tanto astratto e confuso come
quello dell’ à–peiron di Anassimandro. Infatti, egli non parla di
“aria” come di qualcosa di materiale, ma, come dice Adorno,
di un non meglio precisato “soffio vitale (?), per cui appunto, la
vitalità il soffio…è energia, vita e dunque essere, che è in quanto si
estrinseca, in quanto soffio indefinito (apeiros), si determina concretandosi:
condensandosi diviene vento, nube, acqua, terra” .
Il mito orfico sulle origini del mondo aveva già raccontato che Nix (la Notte),
sotto forma di uccello era stata fecondata dal vento, la quale depose il suo
uovo d’argento nell’immenso grembo dell’oscurità e da
quest’uovo balzò fuori Eros , Protogonos, ovvero l’inizio della
vita, così infatti anche Freud definisce l’Eros, come l’insieme
delle pulsioni vitali. Gli ebrei prima di Anassimene avevano già
postulato che la vita è aria, vento, ruah, quella che Dio aveva infuso nelle
narici di Adamo, senza farne una teoria scientifica. Così credevano, e non
s’interessavano della validità scientifica di questa “verità
storica”.
Invece di essere l’acqua omerica a essere l’inizio di tutto adesso
è il vento. E infatti il bambino, in uno stadio del suo sviluppo, sostituisce
l’idea della nascita dalla madre con quella dal padre, come nel mito
biblico è il Signore, il dio-Padre a compiere la creazione. Lui è il ruah, Lui
è la vita. Il greco, prima della nascita della filosofia, lasciava convivere
attraverso i diversi miti queste diverse concezioni, senza pensare che si
contraddicano a vicenda. Alla stessa maniera il mito biblico è pieno di
versioni diverse. Per gli antichi ebrei queste non rappresentavano una
contraddizione, ma la condensazione di verità storiche diverse.
Eraclito
Le citazioni di Eraclito qui contenute, sono tratte dall´edizione dei frammenti
di Eraclito di G. Colli, in La sapienza greca, vol. III: Heraclitus.
Adelphi, Milano, 1996, p. 21 e passim.
Eraclito è il pensatore nel quale
le tracce del modus arcaico–dionisiaco sono maggiormente presenti. La
tradizione dei filosofi ha identificato in lui il pensatore “oscuro”,
oracolare, enigmatico e sconcertante, altezzosamente aristocratico,
estraniatosi per motivi etico – politici dai suoi contemporanei. Eraclito
viene considerato, da tale tradizione, come il filosofo del divenire, e colui
che per primo ha scoperto e introdotto in filosofia la dialettica dei concetti,
nella forma della coincidentia oppositorum.
Il nostro punto di vista, invece, è che in Eraclito troviamo un modo di pensare
che si esprime per enigmi, e questo ci riporta già alla sfera della sapienza
apollinea più arcaica, in cui il dio iniziatico impone ai novizi la prova
mortale della sua sapienza: essi diventeranno adulti, e cioè uomini iniziati,
solo se riusciranno a superare la prova della sapienza. L’accento quasi
ossessivo che Eraclito pone sulla esigenza della sapienza è da comprendere in
questo senso. Quando egli dice che “Il signore, cui appartiene
quell’oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna”
Quando egli dice che "Il signore, cui appartiene quell´oracolo che sta a
Delfi, non dice n? nasconde, ma accenna" (framm. 14[A1], Colli), vuole
indicare che la sapienza non può essere, propriamente, insegnata, ma che per
ciascun uomo della Polis, essa è una sfida, una conquista personale, di vitale
importanza: l’oracolo non può “dire”, perché altrimenti non
ci sarebbe ricerca, ma non può neppure “nascondere”, perché il suo
compito non è quello di sviare gli iniziati. Quindi, esso può soltanto
“accennare”: spetterà agli uomini trovare la strada.
La sentenza di Eraclito sull’oracolo di Apollo (“quel
signore...”) a Delfi sembra quasi una descrizione del rapporto che
l’analista instaura con il paziente: anche l’analista non
“dice” e non “nasconde”, ma “significa”;
egli non impone traguardi all’analizzato, né limitazioni al suo orizzonte
umano. L’analista, come un moderno oracolo apollineo, accompagna
l’analizzato nel suo percorso, e “significa”, cioè gli mostra
quale sia il significato (inconscio) del suo comportamento. E opera di
colonizzazione dell’Es da parte dell’Io, l’opera di
civilizzazione di Apollo. Con le parole di Freud: “Dov’era
l’Es deve subentrare l’Io. È un’opera di civiltà, come ad
esempio il prosciugamento dello Zuiderzee” (S.Freud, " Introduzione
alla psicoanalisi", in op.cit., vol.XI, p.190) Ma questo può essere
ottenuto solo attraverso la presa di contatto con l’immanenza dionisiaca.
Essa deve essere rivissuta sul lettino dell’analista. Non deve alzarsi
dal lettino insieme all’analizzato ed uscire dalla porta. Rivissuta ma
colonizzata, canalizzata entro la sfera dei parametri della civiltà. Eraclito
allude allo stesso concetto, e nei suoi aforismi continuamente ce lo dice:
“Uno sperimentare l’immediatezza è la massima eccellenza, e la
sapienza è dire e fare cose vere, apprendendo secondo il nascimento”
(framm. 14[A15]): lo “sperimentare l’immediatezza” è la
stessa fonte della conoscenza dionisiaca, non-mediata, non-sublimata. Essa è
anche l’essenza del dionisiaco. Eraclito la considera come la
“massima eccellenza”, e cioè il massimo livello della sapienza, che
le viene associata, in immediata susseguenza, nella seconda parte del discorso.
“Apprendendo secondo il proprio nascimento”, perché lo scopo primo
della sapienza è trovare le radici profonde dell’Io, che, come ci ha
mostrato Freud, prima di essere tale era lui stesso Es, attraverso la propria
esperienza esistenziale: troviamo qui, espresso in altre parole, un concetto
fondamentale di un altro grande filosofo dionisiaco, Nietzsche: ognuno può
conoscere solo quello che sa già.
L’essenza dionisiaca della conoscenza emerge anche in quest’altro
frammento: “Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re; e gli
uni manifesta come dei, gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come
schiavi, gli altri invece come liberi”. “Polemos”, e non “Logos”,
è il signore e padre di tutte le cose. Esso è un attributo dionisiaco, in
quanto si riferisce a ciò che Freud chiama il destino di ciascun uomo, come
ritorno del rimosso che determina la struttura psichica degli individui, e le
differenze tra un uomo e l’altro. Esso non appartiene alla sfera
dell’Io cosciente, bensì a quella dell’Es, che abbiamo già
identificato come il sostrato delle pulsioni dionisiache. In un altro
frammento: “La vita è un fanciullo che gioca a dadi, che sposta i pezzi
sulla scacchiera: di un bimbo è il regno”. Qui è chiara l’allusione
a Dioniso, dio – bambino (da cui poi si svilupperà, nella regressione
innescata dal cristianesimo, il culto sterilizzato di Gesù bambino) che gioca
con i dadi, suo attributo divino: c’era, infatti, una storia orfica su
Dioniso bambino, che “enumerava anche i giocattoli del nuovo sovrano
universale, giocattoli che sono diventati i simboli degli stessi riti di
iniziazione attraverso i quali passò il fanciullo divino, il primo Dioniso:
dadi, palla, trottola” .
Ma il punto più rilevante del pensiero di Eraclito si manifesta anche sotto un
altro aspetto, nella “coincidenza degli opposti”. Dalla
psicoanalisi sappiamo che questo concetto risale ai tempi in cui gli uomini
chiamavano con la stessa parola una cosa e il suo opposto . Quando Eraclito
afferma che “Dell’arco, invero, il nome è vita, ma l’opera è
morte”, egli condensa in maniera ermetica l’equazione vita = morte;
inoltre, ci dice anche in che modo ciò si realizza: l’arco, l’arma
di Apollo, è il simbolo fallico apotropaico con il quale il dio terrorizza i
giovani iniziati. Gli iniziati dovranno morire simbolicamente come giovani, per
potere rinascere come adulti. Dunque, l’opera dell’arco è morte, ma
il suo nome, cioè la sua essenza (dare un nome = chiamare, possedere il fallo
paterno) è vita, cioè la rinascita degli iniziati nella loro identificazione
con la generazione degli adulti.
Solo chi ha superato il rito entra a fare parte de clan, e avrà la conoscenza.
Lo stesso concetto è espresso da Nietzsche che, in Ecce Homo, parlando delle
virtù dei Persiani e citando Erodoto (Hist., I/136 e 138) , osserva quanto
segue: “Dire la verità e tirare bene con l’arco, ecco la virtù
persiana…c’è qualcuno che mi capisce?” Nietzsche, che
non poteva conoscere il significato dei riti tribali come è stato messo in
rilievo dagli studi etnografici e psicoanalitici, allude che la verità si
esprime nel tirare con l’arco, cioè il simbolo fallico maschile, che nel
rito iniziatico puberale diventa lo strumento di Apollo. Ovvero, come adoperare
il simbolo fallico del dio, in simbiosi alla morale della società degli adulti.
Dire la verità e tirare bene con l’arco, e verità e donna erano già, da
lui stesso, state associate:
Posto che la verità sia una donna, e perché no? Non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? Che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsi appunto i favori di una donna? - Certo è che essa non si è lasciata sedurre - e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì’ in attitudine mesta e scoraggiata (Al di Là del Bene e del Male, Adelphi, Milano 1968 e 1977, p.3).
Nietzsche e Eraclito stavano parlando delle stesse cose.
Eraclito: “Non comprendono come, disgiungendosi, con se stesso si
accordi: una trama di rovesciamenti, come quella, appunto, dell’arco e
della lira”. (attributo di Apollo). Anche in questo enigma Eraclito
esprime, con l’ennesima immagine, la lotta e la conciliazione tra
conoscenza dionisiaca e sapienza apollinea. Come in un sogno, dove lo stesso
pensiero inconscio viene espresso in più immagini distinte, apparentemente
sconnesse, così Eraclito ci presenta in diversi enigmi la medesima esperienza
esistenziale: quella del passaggio dalla conoscenza non-mediata dionisiaca a
quella della sapienza mediata apollinea, dal mondo del rito tribale al dominio
della Polis.
Le stesse tracce mnestiche dei riti di iniziazione tribali sono contenute in quest’altro
frammento: “E di fronte a lui, che sta laggiù, si drizzano, e diventano
custodi che vegliano sui vivi e i morti”. Questo frammento ricorda in
tutto l’essenza dei riti di iniziazione tribali, in modo anche più
esplicito di quanto abbiamo descritto precedentemente: gli iniziati subiscono
una morte simbolica, rappresentata nella discesa agli inferi, dove verranno
accolti da Hades, “colui che sta laggiù”. Vita = morte: alla morte
simbolica segue immediatamente la rinascita come adulti, e questa è accompagnata
dalla maturità sessuale. Questo momento del rito è condensato
nell’aforisma in cui Eraclito ci parla del rizzarsi degli iniziati.
Questi, che adesso sono iniziati ai misteri e ai segreti del clan, sono
diventati dei sapienti, ed entrano a fare parte del consesso degli adulti della
tribù. Essi veglieranno, d’ora in poi, sui segreti di questa, e a ciò si
riferisce la frase che li descrive come coloro che “veglieranno sui vivi
e sui morti”. I morti fanno parte della tribù, come i vivi. I nuovi
iniziati sono quelli che, fra poche generazioni, prenderanno con sé i propri
figli e li inizieranno a loro volta, come lo furono loro. Questo passaggio
delle consegne, questo scambio simbolico vita-morte, che va avanti da sempre e
si perpetua all’infinito, ricorda da vicinissimo l’Eterno ritorno
nietzscheano, che Eraclito sembra presagire, quando dice che “Ciò che si
concatena, invero, è principio e fine nel cerchio”, per cui
“il sentire è ciò in cui si concatenano tutte le cose”.
Allo stesso modo, Eraclito conserva l’equazione sacro = sacrilego,
dicendo: “Se non fosse compiuta per Dioniso la processione, e se non
fosse rivolto a lui il canto dell’inno, in realtà senza nessuna
venerazione maneggerebbero oggetti venerabili. Ma lo stesso è Hades e Dioniso,
per cui infuriano e baccheggiano”. La caratterizzazione del dionisiaco è
qui esplicitamente posta in relazione al suo carattere ambivalente, dove
accanto alla passione per l’ebbrezza e per la sfrenatezza, compare anche
la passione per l’espiazione, rappresentata da Hades. Ma, come osserva
giustamente Eraclito, “Hades e Dioniso sono lo stesso”, come
infatti ci raccontano i miti orfici in cui vi è un’identificazione
completa tra il Zeus degli inferi, il Zeus Kathachtonio, e quello dei cieli, il
Zeus Hipsystos e questi con Dioniso .
Non potrebbe esserci nessuna definizione del dionisiaco più basilare di
questa: vita = morte, sacro = sacrilego: l’equivalenza degli opposti
della struttura mentale arcaica. In un altro aforisma, Eraclito dice: “Il
dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e si altera nel
modo in cui il fuoco – ogni volta che divampi mescolato a spezie –
riceve nomi secondo il piacere di ciascuno”.
Mentre Talete aveva estratto dal suo inconscio il simbolo dell’acqua come
principio femminile, generatore della realtà, qui Eraclito sceglie un simbolo
opposto a quello dell’acqua. Il significato del fuoco è stato chiarito da
Freud, che ha analizzato la leggenda di Prometeo:
il fuoco doveva apparire ai primitivi come qualcosa di analogo alla passione amorosa – noi diremmo: come un simbolo della libido. Il calore irradiato dal fuoco evoca la stessa sensazione che accompagna lo stato di eccitamento sessuale, e la fiamma rammenta, per forma e movimenti, il fallo in attività....Allorché noi stessi parliamo del fuoco divorante della passione e del lambire delle fiamme, rassomigliando la fiamma a una lingua, non ci allontaniamo poi tanto dal pensiero dei nostri primitivi antenati (“L’acquisizione del fuoco”, in op.cit., vol.XI, pp.103 – 108). .
Freud dimostra
che il fuoco è quindi un simbolo fallico, ma, analizzando la leggenda di
Prometeo, che per avere donato il fuoco agli uomini è condannato a subire il
martirio dell’eterno ciclo del divoramento del fegato e il suo
rigenrerarsi per essere divorato nuovamente, giunge a una nuova conclusione:
“Un altro piccolo passo conduce alla fenice, che rinasce ogni volta più
giovane dalla sua morte e che, verosimilmente, più e prima del sole declinante
tramonto e perennemente risorgente, voleva significare il pene che si ravviva
dopo essersi afflosciato” . Questo è il risultato della ricerca sulla
leggenda di Prometeo, dunque: “Entrambi descrivono la restaurazione delle
voglie libidiche dopo la loro estinzione dovuta a sazietà, descrivono cioè l’indistruttibilità
di queste voglie” . A nostro parere, Eraclito afferma lo stesso
concetto espresso, secondo Freud, dalla leggenda di Prometeo. Infatti, è facile
riconoscere che le parole “Il dio... si altera nel modo in cui il fuoco
– ogni volta che divampi mescolato a spezie – riceve nomi secondo
il piacere di ciascuno” significano proprio l’eccitamento sessuale.
Eraclito riconosce la “divinità” del fuoco, cioè il suo
signoreggiare sugli uomini. Immanenza delle pulsioni, quindi. Ma adesso
possiamo capire come mai a questa considerazione Eraclito fa precedere quella
sulla polarità degli “opposti”
(“giorno...estate...pace....sazietà.../notte...guerra...fame....”):
è precisamente lo stesso concetto espresso dalla leggenda di Prometeo, come è
stato chiarificato da Freud: l’eterno alternarsi della accumularsi della
tensione con la sua scarica nell’orgasmo – e quindi della sua
soddisfazione. Ancora una volta, Eraclito afferma la divinità di questo eterno
ritorno.
Questo concetto, espresso per immagini, viene ribadito in un altro lapidario
frammento che ci diventa chiaro in forza dell’analisi precedente:
“Il fuoco sperimenta immediatezza”; qui ci ricolleghiamo
all’altro concetto di Eraclito per cui l’immediatezza è la forma di
conoscenza più autentica; questa volta lo stesso concetto viene ribadito per
mezzo del simbolo del fuoco. Questo è una immagine del dionisiaco.
Crediamo di avere dimostrato l’onnipresenza di elementi arcaici nel
pensiero di Eraclito. Ma Eraclito mostra anche momenti del suo pensiero che si
allontanano drasticamente dal contesto della realtà esistenziale della fedeltà
dionisiaca al gruppo e al clan. Infatti, un frammento ci informa che “Non
bisogna comportarsi come figli dei propri genitori”. Dunque, qui Eraclito
prende le distanze dal patrimonio culturale della tribù, dove i genitori sono
la nazione stessa, e dove un’affermazione del genere sarebbe
semplicemente priva di senso.
Mentre la società arcaica si basa su un patto di fedeltà di sangue tra i suoi
membri, la nuova struttura della società, imposta dalla Polis, impone il
superamento degli antichi vincoli di sangue e il conseguente rilassamento
dei vincoli tra le famiglie che compongono il clan. La struttura della Polis in
realtà, non impone per sé l’estraniazione dei figli dalla generazione dei
padri, bensì, come abbiamo visto sopra dalle parole di Socrate, lo spostamento
delle energie da questo parametro a quello della struttura politica apollinea,
ma Eraclito afferma che i figli devono staccarsi dai padri. Comincia qui quel
lungo cammino che porterà la civiltà occidentale a definirsi come una civiltà
che professa una religione del figlio, il cristianesimo, contro la religione
delle società arcaiche per le quali la legge del padre è sempre una religione
del padre.
Coerentemente con questa concezione, Eraclito sostiene anche che
“Combattere a difesa della legge, per il popolo, è necessario proprio
come a difesa delle mura”. Combattere non per difendere la propria gente
e se stessi, ma per la legge convenuta in pieno accordo tra i cittadini e la
Polis: Qui la legge non è La Legge. La legge di Eraclito in questo contesto è
quella stabilita dall’accordo tra i cittadini, come quella di cui parla
Socrate. È un pensiero che è collegato direttamente al precedente, in quanto la
fedeltà alla Polis non solo è un’astrazione che sostituisce i concreti
legami affettivi e di sangue ma perché tale fedeltà si imporrà, d’ora in
poi, come esclusiva (vedi Critone 51/b-c). La fedeltà ai genitori, ai legami
affettivi, è stata scambiata con un’astrazione: la fedeltà alla madre
– patria. L’inizio del processo era già stato percepito da
Eraclito, che visse due secoli prima di Platone.
L’Occidente, dunque, aveva già tracciato la propria strada. Da queste
considerazioni emerge l’importanza particolare che occupa Eraclito nella
storia del pensiero filosofico. Abbiamo osservato le reminiscenze arcaiche del
suo pensiero, e il sostrato dionisiaco del suo modo di pensare. Ma questi
aspetti dionisiaci del suo pensiero sono già entrati in una riflessione
filosofica che tende a razionalizzare le antiche esperienze del rito, e che
quindi ha già scelto la strada della sublimazione apollinea.
In Eraclito, a differenza degli altri filosofi, abbiamo l’esempio di una
sintesi tra le energie dionisiache e quelle apollinee, e questo lo rende così particolare.
Dire infatti che Eraclito esprima una preferenza per la soluzione apollinea non
implica che egli abbia indirizzato il suo pensiero verso la rimozione dei
contenuti dionisiaci, come è stato rilevato a proposito del discorso sul fuoco.
Infatti, più e più volte Eraclito afferma la divinità delle pulsioni, e il loro
signoreggiare sul destino dell’uomo.
Come possiamo conciliare tra queste due tendenze antitetiche? Noi crediamo che
la risposta ce la dia lo stesso Eraclito in un altro frammento, in cui ci parla
di immediatezza, nel senso di immanenza, e che contiene una riflessione sui
canali di conoscenza nella nascente Polis: "Infatti tali cose, non le
sentono con immediatezza i più, tutti quelli che in esse si imbattono, nè le
riconoscono una volta che le hanno apprese immediatamente, bensì’
solamente le rappresentano a se stessi". A nostro parere, la parola
– chiave di questo frammento è “rappresentazione”, che è
l’essenza del medium apollineo.
Ancora una volta, quindi, Eraclito ci mette di fronte al dilemma di
immediatezza dionisiaca versus rappresentazione apollinea. Egli avverte che i
più non sentono con immediatezza. La percezione che nella civiltà della Polis,
basata sul medium apollineo, non ci sarà spazio per la conoscenza
dionisiaca, si traduce in senso di disagio.
Eraclito aveva forse intuito che nel passaggio dalla tribù alla Polis ci
sarebbero stati dei prezzi da pagare. Questa è secondo noi la spiegazione della
contraddizione che abbiamo individuato in Eraclito, ma anche la sua importanza
come filosofo dionisiaco – apollineo, capace di aspirare a una
sintesi tra i due poli. Ma questa possibilità fu scartata, e infatti la figura
di Eraclito rimase sostanzialmente isolata nella storia del pensiero filosofico
greco. Da quel momento in poi, per tutti i filosofi e gli intellettuali
occidentali, Eraclito di Efeso sarà definitivamente Eraclito l’Oscuro.
L’eccezionalità di Eraclito ricorda quella di Nietzsche: come il
primo, egli non si preoccupò dei “sistemi”. La differenza consiste
nel fatto che mentre Eraclito visse agli albori della filosofia, Nietzsche
visse quando la filosofia aveva oramai maturato una plurimillenaria storia.
Come lui, fu in grado di concepire la filosofia come uno strumento di
conoscenza e non di rimozione; la forma usata da Nietzsche, l’aforisma,
ricorda da vicino l’espressione oracolare dei frammenti di Eraclito. Lo
stesso Nietzsche ci dice che Eraclito è l’unico filosofo greco per cui
egli provasse un “sommo rispetto” .
Le analogie non si fermano qui: entrambe vissero una vita appartata, essendo
entrambe degli “inattuali” per i loro contemporanei. Eraclito,
l’esiliato, si scaglia contro i suoi conterranei, gli efesii, per la loro
insipienza e ressentiment: “Gli efesii farebbero bene a impiccarsi, tutti
gli adulti, e ad abbandonare la città agli impuberi, essi che cacciarono via
Ermodoro, l’uomo che eccelleva fra tutti loro, e dissero: fra noi, in
verità, non deve eccellere uno solo; e se ciò avviene, eccella altrove e non in
mezzo a noi”.
Sembra la stessa polemica che Nietzsche mantiene contro i tedeschi, in
particolare per il loro antisemitismo, nel quale Nietzsche vedeva il prodotto
aberrante del ressentiment nei confronti di un popolo pieno di vigore e di
spirito: “Gli antisemiti non perdonano agli ebrei il fatto che gli Ebrei
hanno spirito – e denaro. L’antisemitismo, uno dei nomi dei
"falliti" . Altrove, capovolgendo le argomentazioni degli antisemiti
tedeschi, egli propone l’esilio per costoro, proprio come Eraclito lo
proponeva per i suoi concittadini.
In un altro punto, Eraclito dice: “Contro la brama della passione è arduo
combattere: qualsiasi cosa voglia, difatti, essa è disposta a pagarla con
l’anima”. Questo frammento sembra quasi un aforisma nitzscheano, e
una conclusione freudiana sulla violente potenza delle passioni più
oscure. Ma Nietzsche è forse ancora più radicale di Eraclito come
filosofo dionisiaco, perché essendo vissuto al tramonto della civiltà
occidentale, poté vedere uno spettacolo di decadenza che Eraclito, vissuto
invece agli albori di questa, non poté nemmeno immaginare.
Eraclito non fu compreso, perché non poteva essere più compreso. Nietzsche non
lo fu per ragioni simili. Entrambi erano troppo avanti / indietro rispetto ai
loro tempi.
Anche il modo di esorcizzare questi due grandi pensatori, da parte delle
società nelle quali vissero fu, in fondo, simile: Eraclito venne esiliato e
dichiarato “oscuro”: un’etichetta che lo accompagna ancora
oggi. Nietzsche venne emarginato da vivo, e da morto fu trasformato, da chi
aveva un interesse vitale a travisare il suo pensiero, addirittura in un anti
– Nietzsche, in ideologo del nazismo.
Il destino di questi due grandi pensatori dell’occidente fu, quindi,
molto simile.
Popper, un filosofo la cui fama è dovuta più alla pubblicistica che al valore
delle sue proposizioni, ebbe un modo di fare filosofia non tanto diverso da
quello di Talete.
Infatti, come per Talete, anche per lui la filosofia “nascerebbe”
sulla base delle scoperte scientifiche. Talete è stato un grande
“sapiente” (nel senso apollineo chiarito sopra), e abbiamo visto in
che modo egli offrisse delle razionalizzazioni alla nuova civiltà che
cominciava a staccarsi dalle fedeltà arcaiche. In questo modo egli contribuiva
ad allontanare sempre di più la nascente Polis dalla antica conoscenza dionisiaca,
ma nello stesso tempo, con i suoi sofisticati ragionamenti sul mito
dell’acqua non proponeva una strada autenticamente percorribile verso la
nuova sapienza. Chi lo seguiva si sarebbe smarrito, prima o poi, nei meandri
delle razionalizzazioni. Il guadagno di Apollo è anche la sua perdita, e
probabilmente queste cose Talete le intuiva, ma sentiva la “ragion di
filosofia”, nello sbarazzarsi dell’arcaica legge del padre, come
qualcosa di molto simile alla “ragion di stato”, che nelle Polis i
governi invocano da sempre, per giustificare le loro azioni: tutto, in quel
momento, doveva esserle sottoposto, pena, la possibilità di finire come tutte
quelle società apollinee atrofizzate (come l’Egitto, che Talete conosceva
bene), che non si erano mai completamente evolute verso il modus apollineo.
Popper, sostenendo che la metafisica è di aiuto alla scienza, perché essa crea
quelle cornici di pensiero entro le quali lo scienziato può trarre delle idee
da importare nel contesto specialistico della propria scienza, agisce nello
stesso modo di Talete, duemila settecento anni dopo di lui.
Il pensiero di Popper è capace di offrire una rimozione adeguata alla
situazione della civiltà occidentale a cui esso si riferisce: l’occidente
sa di non potere rinunciare alla sua filosofia, come sa di non potere
rinunciare a tutte le altre istituzioni apollinee. Sarebbe come se la Polis
rinunciasse alla propria “ragione di stato”: e Popper si è eretto a
baluardo contro il pericolo occorso. È una testimonianza di povertà intellettuale
e di decadenza che proprio filosofi come Popper vengano portati in palmo di
mano dall’accademia occidentale.
CAPITOLO QUINTO
L’INCONTRO
Il Medio Oriente semitico
Vediamo ora cosa era successo nel
frattempo in quel Medio Oriente semitico, che con l’invasione di
Alessandro diventerà parte della cultura greca.
Il Medio Oriente antico, in conseguenza della natura semi-arida del suo panorama,
costituito da deserto, fasce collinose, e valli fertili bagnate da piogge
esclusivamente invernali era abitato, dalla fine del IV millennio, da tre tipi
di popolazioni: il beduino, il pastore semi-nomade, e l’agricoltore. Da
un punto di vista etnico non c’era differenza alcuna tra questi tre tipi
di abitanti. Dall’inizio del secondo millennio, dalla Mesopotamia alle
soglie dell’Egitto, tutti parlavano dialetti diversi di una stessa lingua
comune, il semitico nord-occidentale di cui facevano parte il babilonese,
l’aramaico, l’assiro, il cananeo (che comprendeva ebraico-
fenicio- moabita-ammonita) e l’arabo.
La differenza consisteva in stile di vita.
1) I beduini erano gli arabi, e
questi venivano in contatto con gli altri abitanti solo in due maniere: attraverso
la razzia, la scorribanda improvvisa sul seminato per ritirarsi dinuovo al di
là delle dune del deserto, o il commercio che avveniva per mezzo delle carovane
di cammelli che portavano l’oro e le spezie dell’Africa orientale,
e dal primo millennio a.C dall’India, fino alla Siria e all’Egitto
lungo la costa occidentale della penisola arabica e dall’Egitto
attraverso le due grandi strade internazionali che solcavano il Medio Oriente
fino a Damasco.
La loro religione, fino all’Islam, non diventò mai articolata ed era
un’insieme di religione animistica e di superstizioni arcaiche. Pare che
il rito principale consistesse ancora dal pasto totemico vero e proprio, in cui
legavano un cammello ad un altare di pietra e poi lo sbranavano vivo “pelle
carne e ossa”, come questo viene descritto da S. Nilo ancora nel tardo V
sec. della nostra era .
2) I pastori semi-nomadi fino al
XIII sec. a.C erano gli ebrei, e il loro stile di vita è stato descritto
fedelmente nel libro della Genesi dai racconti delle saghe dei Padri, Abramo,
Isacco e Giacobbe e dalle fonti epigrafiche dell’archivio di Tell
El-Amarna .
La religione ebraica, prima dell’insediamento in Palestina nel XII-XI
sec.a.C, era già più evoluta di quella dei beduini descritta da S.Nilo, e aveva
già rinunciato al crudo pasto totemico, ma era ancora una religione fatta di
riti tribali, in cui il rito iniziatico puberale era il rito principale, e
infatti erano gli unici semiti, oltre gli arabi, che mantenevano l’uso
della circoncisione . Le tracce di questi riti emergono in tutte le storie
della Genesi .
Nei secoli che precedettero l’uscita dall’Egitto e la conquista
della Palestina la struttura tribale e patriarcale delle tribù d’Israele
dettò anche la loro religione. Infatti l’idea del padre fu tradotta nel
dio Jahveh che per molto tempo rimase il dio particolare delle tribù ebraiche,
prima di evolversi in dio universale, solo dopo il ritorno dall’esilio
babilonese verso la fine del VI sec a.C.
Il dio di Abramo, Isacco e Giacobbe era ancora ben lungi dall’essere un
dio cosmico, e solo la mistificazione posteriore dei testi, perpetrata dalla
classe sacerdotale dopo l’esilio babilonese, attribuì a questo dio
peculiarità che all’alba della storia della nazione non gli appartenevano
certamente .
Era il dio particolare della tribù e quella degli ebrei era una monolatria
esattamente come quella di altri popoli seminomadi, loro stretti parenti,
pastori che verso la metà del secondo millenio erano nel processo di passaggio
a residenti fissi sul lato orientale del Giordano: gli Ammoniti con il loro dio
Milcom e i Moaviti con il loro Chemosh.
3) Gli agricoltori erano i
residenti fissi della Mesopotamia, la Siria e la Palestina e a differenza delle
tribù di pastori semi-nomadi avevano lasciato la monolatria, la religione
dell’unico padre del clan, per abbracciare un politeismo che meglio si
adattasse alle loro condizioni di popoli dipendenti dal ciclo delle
stagioni e dalla fertilità della terra.
Il pastore semi-nomade, e come lui il beduino, rimane asseragliato nella
struttura patriarcale della tribù, e quindi tende alla monolatria, proiettando
la figura potente del Padre in quello dell’unico dio del clan. Ha così
anche la tendenza a rimuovere la figura della madre e far dipendere tutto da un
dio maschile.
L’agricoltore, invece, ha la tendenza naturale a identificare la terra
che lavora e che gli da i suoi frutti con la madre biologica che era stata la
sua prima fonte di nutrimento, e che diventa così Madre Terra. Attraverso il
contatto giornaliero con essa avviene una reattivazione delle pulsioni
incestuose e un’erotizzazione delle attività agricole connesse:
l’aratura, la semina e il raccolto. Il Pantheon dei popoli che si
insediano in un posto fisso e diventano agricoltori si popola di dee femminili,
dee madri, e dei figli che muoiono e rinascono come personificazione dei cicli
della natura.
Mentre non abbiamo notizia di dee femminili o di culti della fertilità presso
gli ebrei, i moaviti o gli ammoniti fino alla loro metamorfosi in residenti
fissi, nell’ultimo quarto del secondo millennio, la religione della
maggior parte degli abitanti dell’Oriente semitico, gli agricoltori, era
quella della dea madre, del dio delle piogge, di dei figli che nascono e
risorgono e il culto della fertilità e delle orge all’interno dei templi,
dove la sacerdotessa era la prostituta sacra. In Palestina, la terra del
Cananeo come definita dalla Bibbia, veniva adorata Asherah, come madre di tutti
gli dei ed era rappresentata come una prostituta nuda e denominata «Santità» .
Le altre due dee principali erano Anath e Astarte, chiamate «le due Grandi Dee
che concepiscono ma che non partoriscono» .
Tutte le dee cananee erano prostitute sacre, in antitesi a quelle greche, il
cui modello era la verginità. Erodoto ci dice:
Gli Egiziani sono anche i primi che ritennero come pratica religiosa di non aver contatto con donne nei templi e di non entrarvi, dopo il contatto, senz’essersi lavati. Quasi tutti, invece, gli altri uomini, eccetto Egiziani e greci, si uniscono alle donne nell’interno dei templi (Hist., II/64)
Il padre della
storia ci conferma che nel V secolo a.C. il culto principale nell’oriente
semitico era quello della prostituzione sacra, e l’Egitto era
l’eccezione.
Quando, alla fine del secondo millennio gli ebrei si insediarono in Palestina,
prima in concomitanza ai cananei, dopo sostituendoli, e diventarono
agricoltori, abbandonarono il culto di Jahvè, il padre della tribù, per
dedicarsi ai culti di Asherà e di Astarte.
La Bibbia è piena di descrizioni su come i figli d’Israele si abbandonarono
pienamente a questi culti. Per sei secoli, fino alle riforme di Giosia alle
soglie dell’esilio babilonese, (586 a.C.) non esisteva alcuna differenza
tra la religione ebraica e quella dei vicini cananei. Insediatisi in Palestina,
nei due secoli precedenti la monarchia unita erano stati gettati i semi per una
trasfigurazione esistenziale da pastori ad agricoltori.
La monarchia è il sintomo di questa metamorfosi che stava permeando il popolo
ebraico che, diventato sedentario, andò da Samuele e gli dissero:
“Stabilisci quindi per noi un re che ci governi, come avviene per tutti
gli altri popoli” (I,Sam.8,5). Non avevano quindi solo abbracciato la
religione dei popoli sedentari ma volevano anche addottarne le istituzioni
sociali poiché la monarchia rappresenta l’allentamento dei legami del
clan, per istituirsi a Stato.
Come avverrà ai greci mezzo millennio dopo, anche gli israeliti avevano
cominciato un processo di trasfigurazione apollinea che, come vedremo in
seguito, a differenza di quello che avvenne in Occidente, fù parzialmente
ribaltato tre generazioni dopo quando le tribù settentrionali si ribellarono
all’autorità del figlio di Salomone.
Nei due regni separati, di Giuda e d’Israele, pur continuando la strada
della trasfigurazione apollinea e immergendosi nei culti della prostituzione
sacra e della Madre Terra del politeismo dei popoli circostanti, furono
continuamente inibiti dalla presenza ingombrante dei Profeti di Jahvè, il dio
dei pastori, che rappresentavano l’altro aspetto della psiche ebraica e
premevano continuamente per una contro-rivoluzione. Monarchia e profezia erano
agli antipodi: i re premevano per un allentamento dei legami del clan e la
fedeltà alle istituzioni dello Stato, mentre i profeti volevano restituire gli
israeliti alla fedeltà a Jahvè, il padre della tribù, e alle istituzioni di
uguaglianza sociale e semplicità di vita, peculiari dei nomadi. Con
l’esilio babilonese (586 a.C), il tentativo di trasfigurazione apollinea
fu frustrato ulteriormente e da allora il popolo ebraico si organizzò in una
struttura mentale antitetica a quella apollinea, anche se alcuni elementi, come
la fedeltà alla propria terra, penetrarono nella psiche ebraica e vi rimasero
in un unico impasto pulsionale.
Ma il tentativo c’era stato, e dei sedimenti rimasero.
Se, come abbiamo visto sopra (p.30), Davide, il primo vero e proprio re
d’Israele era ancora la rappresentazione di un Dioniso impulsivo e
aggressivo, che “danzava con tutte le forze dinnanzi al Signore” e
“saltava e danzava” in maniera sguaiata tanto da suscitare il
disprezzo della moglie, ecco che suo figlio, il grande re Salomone, è una
figura completamente diversa.
Davide e il suo dio non sono mai associati alla saggezza, come sarà dopo di lui
Salomone, ma all’immanenza pulsionale proveniente dall’Es. Questo è
il canto di Davide e del suo dio: Salmo di Davide
“Il Signore tuona sulle
acque,
il Dio della gloria scatena il tuono,
Il Signore sull’immensità delle acque,
Il Signore tuona con forza,
Tuona il Signore con potenza.
Il tuono del Signore schianta i cedri,
Il Signore schianta i cedri del Libano.
Fa balzare come un vitello il Libano
E il Sirion come un giovane bufalo. (Salmo 29, 4-6)
Davide era associato alla musica
e alla danza sfrenata. L’immagine di Iahvè è ancora la stessa che aveva
iniziato i figli d’Israele sulle falde del monte Sinai, tra tuoni, lampi
e suoni terrificanti. È ancora il dio terribile che provoca con la sua ira
cataclismi geologici come la distruzione di Sodoma e Gomorra, le piaghe
d’Egitto e apre le acque del Mar Rosso, Il Signore schianta i cedri del
Libano, i più grandi alberi conosciuti allora, Il Signore fa balzare come un
vitello il Libano E il Sirion come un giovane bufalo. Davanti a questo Dio
danzano i vitelli e i bufali, come aveva danzato Davide davanti al Signore,
come le baccanali davanti a Dioniso e con Dioniso, che danzando sfrenatamente
entravano in orgasmo gridando “euoi” (p.10). Il Dio stesso è un
capro, un vitello, un giovane bufalo. Le Baccanti gridavano il suo nome come Bromios
(il tuonante), esattamente come tuona il Signore con potenza, e il tuono del
Signore schianta i cedri del Libano, Taurokeros (dalle corna di toro) e
Tauroprosopos (dalla faccia di toro) (p.10), come Iahvè il vitello che salta
sul Libano e l’Antilibano, le due catene di montagne più alte della
regione. Nel linguaggio biblico, perennemente sottoposto a censura è il Signore
che “fa balzare il vitello”, ma l’associazione dio = vitello,
dio = giovane bufalo è lampante. La figura di Davide contiene ancora molti
elementi del capo tribù, più che capo di stato. Solo con fatica riuscì ad
assicurarsi la fedeltà di tutte le tribù d’Israele, che era sempre molto
tentennante, come dimostra la ribellione capeggiata da Assalonne. Riuscì a
guadagnarsi la fiducia degli israeliti solo dopo aver dimostrato volta dopo
volta la sua dedizione a tutto il popolo d’Israele. E questa era legata
alla sua persona, non alle istituzioni della polis.
Anche il Dio di Davide è ancora un Dio tribale. La sua è una giustizia molto
strana. Manda una carestia di tre anni per un torto fatto ai Gabaoniti da Saul,
che nel frattempo era morto da tempo, e dice: “Su Saul e sulla sua casa
pesa un fatto di sangue, perché egli ha fatto morire i Gabaoniti” (2,Sam.
21,1-2), ma quando Davide chiede loro cosa possa fare per raddrizzare il torto,
questi gli rispondono:
Di quell’uomo che ci ha distrutti e aveva fatto il piano di sterminarci, perché più non sopravvivessimo in nessuna parte d’Israele, ci siano consegnati sette uomini tra i suoi figli e noi li impiccheremo davanti al Signore in Gabaon, sul monte del Signore”. Il re disse: “Ve li consegnerò”. Il re risparmiò Merib-Baal figlio di Gionata, figlio di Saul, per il giuramento che Davide e Gionata, figlio di Saul, si erano fatti davanti al Signore; ma il re prese i due figli che Rizpa figlia di Aia aveva partoriti a Saul, Armoni e Merib-Baal e i cinque figli che Merab figlia di Saul aveva partoriti ad Adriel il Mecolatita, figlio di Barzilai. Li consegnò ai Gabaoniti, che li impiccarono sul monte, davanti al Signore. Tutti e sette perirono insieme. Furono messi a morte nei primi giorni della mietitura, quando si cominciava a mietere l’orzo…Le ossa di Saul e di Gionata suo figlio, come anche le ossa degli impiccati furono sepolte nel paese di Beniamino a Zela, nel sepolcro di Kis, padre di Saul; fu fatto quanto il re aveva ordinato. Dopo Dio si mostrò placato verso il paesè (2,Sam.21,4-14).
Quindi vediamo
che la giustizia di Davide è quella della faida di sangue, l’unica
conosciuta dalle tribù primitive. La morale della tribù è quella del sangue e
del giuramento, non esiste altro parametro. Per raddrizzare le cose il re
consegna i nipoti di Saul, affinché vengano impiccati. E questa è la giustizia
del Signore, solo dopo Egli si placa. Anche oggi tra i beduini, sangue esige
sangue, ed è assolutamente irrilevante l’intenzione o la colpa di colui
il cui sangue deve venire versato, come è irrilevante il tempo passato dal
misfatto. I nipoti di Saul vengono messi a morte per un delitto compiuto dal
nonno, poiché sono carne della sua carne e sangue del suo sangue, e quindi sono
lui stesso e nessuno trova niente da ridire. Non solo, ma il Signore si
dichiara soddisfatto solo dopo questa “riparazione”.
In tutto questo capitolo non vi è un commento di qualsiasi genere sul fatto. La
morale della tribù è questa. Se Davide voleva diventare capo tribù di tutti gli
israeliti doveva fare solo così. Il Signore lo ispira nell’amministrare
l’unica giustizia conosciuta dalle tribù ebraiche di allora.
È interessante notare quello che è scritto nel Deuteronomio: “Non si
metteranno a morte padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i
figli per una colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio
peccato” (Deut.24,16).
Questo libro del Pentateuco fu composto solamente ai tempi di Giosia , re di
Giuda, alla fine del VII sec. a.C., quattrocento anni dopo la storia su Davide.
E qui già vengono rispecchiate le leggi di un popolo sedentario da molti
secoli, che aveva sostituito la legge dello stato alla faida tribale. Se non
bastassero le prove che ha addotto Wellhausen alla cronologia dei libri della
Bibbia, secondo la quale il Pentateuco è di molto posteriore ai libri dei Re,
questa è senz’altro una prova concludente. Il Dio d’Israele aveva
passato la stessa trasfigurazione mentale del suo popolo. I contenuti psichici
che i greci scomponevano in dei diversi, gli ebrei condensarono in un unico
dio, e necessariamente questo dio deve, quindi, assumere gli aspetti più diversi
ed antitetici.
Dopo l’uccisione di Avner da parte del suo generale Ioav, Davide teme la
faida e la vendetta di sangue (2,Sam.,3,26-28), e in punto di morte istruisce
il figlio di mettere a morte Ioav per restituire sangue al sangue e impedire
un’eterna faida mortale tra Giudei e Israeliti (1,Re,2,5-6). Gli
raccomanda di regnare “secondo giustizia”, ovvero di sostituire
l’autorità dello stato alle faide tribali, cosa che lui non era stato
ancora in grado di fare.
Come Erodoto ci aveva raccontato che Oro era venuto dopo Osiride, che noi
abbiamo interpretato nel contesto della successione dell’apollineo al
dionisiaco, e ci pare di aver dimostrato che Apollo venne dopo Dioniso, così
Salomone viene dopo Davide.
Vi è ancora un legame associativo tra la figura di Davide e quella della sfera
dell’immanenza pulsionale tribale, dionisiaca e antiapollinea.
Al re viene proibito di erigere una casa al Signore:
dice il Signore:
forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Ma io non ho abitato in
una casa da quando ho fatto uscire gli Israeliti dall’Egitto fino a oggi;
sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Finchè ho camminato, ora
quà, ora là, in mezzo a tutti gli Israeliti, ho forse detto ad alcuni dei
Giudici, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: perché non mi
edificate una casa di cedro? Ora dunque riferirai al mio servo Davide: così
dice il Signore degli eserciti: Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il
gregge, perché tu fossi il capo d’Israele…Quando i tuoi giorni
saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la
discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli
edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del
suo regno (2,Sam.7,5-13).
Davide e i
Giudici prima di lui sono ancora associati al “vagare sotto una
tenda”, al “camminare quà e là in mezzo a tutti gli
Israeliti”, ai pascoli e al gregge.
La mentalità del nomade è antitetica a quella del cittadino: per lui le case
sono tabù. Ancora nel VI sec.a.C. alla vigilia dell’esilio babilonese,
esisteva un clan israelita, quello dei rehaviti, che si rifiutava di abitare in
case e di piantare vigne (Geremia 35,1-19). Il dio di Davide si rifiuta ancora
di abitare in una casa, solo quello di Salomone acconsentirà a farlo.
Salomone è già un vero re. Non è più associato alla musica e alla danza, come
il padre, ma alla saggezza e questa, come abbiamo visto sopra, è un parametro
apollineo.
Quale differenza tra i Salmi di Davide e il Cantico dei Cantici di Salomone,
l’inno alla terra e all’amore. Quale differenza tra la passionalità
sfrenata del canto e della danza di Iahvè, il dio di Davide, e la calma
saggezza e la sapienza dei Proverbi del Dio di suo figlio. Davide, come
Dioniso, danzava e muggiva, il suo Dio appariva con la spada sguainata ed
esigeva sangue contro sangue. Quello di Salomone siede nella vigna e canta come
Apollo, parla con gli uccelli, emette sentenze in cui la cruda giustizia
tribale si trasfigura in verità enigmatica, in saggezza, negli insegniamenti di
Apollo.
Salomone è il re che costruisce, e l’architettura è un’arte,
appartiene alla sfera apollinea. Costruì il grande tempio del Signore, la sua
reggia, il palazzo detto Foresta del Libano con un grande vestibolo del trono,
ove rendeva giustizia, e una casa per la figlia del faraone sua moglie (1
Re,7,1-8).
I Giudici rendevano giustizia seduti sotto una palma (Giudici 4,5), il re
seduto in un grande vestibolo. Il trono era il segno dell’autorità e
Salomone, il più saggio degli uomini, lo personifica, mentre invece prima la
giustizia veniva delegata a uno dei fratelli. Il potere diventa un simbolo
astratto, la sentenza viene ex cathedra.
Le sentenze di Salomone diventano, così, ispirate da Dio, come quelle del dio
delfico.
Il potere del re diventa assoluto. A differenza di quello che era successo a
Saul e a Davide, e accadrà di nuovo dopo la secessione della monarchia unita,
nessun profeta si permetterà mai d’importunare il re. Qualsiasi sopruso
fu giustificato per raison d’etat: impose il lavoro forzato sugli
israeliti, per poter edificare le sue opere (1,Re,5,27), strinse patti con i
sidoniti e consegnò loro città israelite (5,15 e 9,10-12), evidentemente perché
si era indebitato più di quello che era nei suoi mezzi, si imparentò con il
faraone d’Egitto (7,8), prese settecento principesse per mogli e trecento
per concubine (11,3), si fece oggetti e mobili d’oro e d’argento
(10,16-21) e naturalmente il conto lo pagarono le tribù ebraiche che si erano
così imprudentemente cacciate in quella situazione.
Diventò anche il grande sacerdote dei culti della fertilità orientali, che
ormai cominciavano già a mettere radice nel popolo ebraico, diventato
agricoltore. Salomone seguì Astarte, dea di quelli di Sidone, la dea della
fertilità e prostituta sacra di tutta la regione (11,4-8) e costruì altari e
pali sacri in onore di Asherà, che rimarranno a Gerusalemme fino alle riforme
di Giosia trecentocinquant’anni dopo. Così anche gli ebrei avevano avuto
il loro momento apollineo, verso il quale nutriranno sempre un atteggiamento
emotivo ambivalente.
Subito dopo la morte del grande re ci fu un ripensamento. Questa struttura a
polis e a stato non si confaceva alla turbolenza e al bisogno di libertà
ebraiche. Avvenì una secessione che ridimensionò il potere dello stato. I re di
Giuda e d’Israele che vennero dopo di lui non riusciranno più ad
accentrare il potere e la reggia di Gerusalemme e di Samaria dovettero sempre
fare i conti con l’opposizione, che cominciò da quel momento ad emergere nella
figura dei profeti del dio dei pastori.
I culti politeisti continuarono quasi indisturbati fino alla vigilia
dell’esilio babilonese, ma la soluzione apollinea, con i suoi palazzi e
opere architettoniche, e la “saggezza” che veniva dallo Stato, fu,
pur con qualche spasimo di contrappunto, definitivamente scartata.
Con il ritorno dalla Babilonia, alla fine del VI secolo (538 a.C), gli ebrei
abbandonarono i culti dei loro vicini e la religione ebraica cominciò a
differenziarsi da quella di tutti gli altri popoli. Non solo tornarono alla
monolatria di Jahvè, ma persino la trasfigurarono in monoteismo. Da qui in poi
il popolo ebraico, o meglio quello che ne era rimasto dopo la distruzione
totale di dieci tribù su dodici, diventò un popolo diverso dagli altri. Pur rimanendo
un popolo di agricoltorì si depurò da tutti i culti della fertilità legati alla
terra e al ciclo delle stagioni, per asseragliarsi nella religione del Padre,
come se la metamorfosi esistenziale da pastori ad agricoltori non fosse mai
avvenuta. La prostituzione sacra legata al Tempio, che solo Giosia aveva
eradicato, divenne il polo proibito. Furono così il primo popolo sedentario
della storia a eradicare in maniera permanente qualsiasi forma di politeismo .
Le cause che portarono gli ultimi residui delle dodici tribù, ormai rimaste
solo Giuda e Beniamino e i Leviti che le accompagnavano, a intraprendere una
metamorfosi così profonda nel proprio modus mentale sono state spiegate da
Freud come il risultato della reattivazione del senso di colpa per l’omicidio
di Mosè, dopo una latenza di più di sette secoli da quando il grande
condottiero aveva tentato di imporre alle tribù ebraiche il monoteismo di
Ecknaton e ne aveva pagato il prezzo con la vita .
Questo spiegherebbe quale erano state le energie psichiche interne che
condussero alla reattivazione di un modello rimosso, ma non chiarisce
completamente il quadro della situazione. Uno stimolo importante era stato la
perdita dell’indipendenza nazionale e il primo esilio, che avevano fatto
da incentivo a trasformare un dio particolarista e tribale in dio universale
pur continuando a mantenere la peculiarità di dio specifico del clan, che
d’ora in poi si chiamerà: popolo eletto. La specificità del dio tribale
fu infatta mantenuta attraverso questo accorgimento. Basta invertire
l’espressione da “popolo eletto da Dio” a “Dio eletto
dal popolo” ed ecco che questa strana assurdità diventa chiara. Come ogni
tribù per rimanere tale e conservare la propria identità deve isolarsi dalle
altre e continuare a mantenere la specificità del proprio Padre-Totem-Dio, così
infatti fecero gli ebrei.
Ma questo successe dopo settecento anni di vita sedentaria e dopo che avevano
abbracciato con entusiasmo i culti degli altri popoli tra i quali vivevano.
Salomone “amò donne straniere, moabite, idumee, di Sidone e
hittite” (I RE, 11,1), e queste portarono a Gerusalemme i loro culti.
Acab “prese in moglie Gzabele, figlia di Etbaal, re di quelli di
Sidone” (I RE 16,31) e la reggia di Samaria si riempì di culti della fertilità
cananei, com’è descritto esplicitamente nei libri dei Re e Profeti. E
questa era una pratica comune presso tutti gli israeliti, ed ecco che al
ritorno dall’esilio babilonese vengono interditi sveramente i matrimoni
misti (Neemia, 13,23-28) per isolare la Giudea dai culti dei popoli
circostanti.
Quello che rese possibile questa trasfigurazione, il ritorno all’indietro
per riallacciarsi a un modello apparentemente abbandonato, fu il fatto che, tra
tutti i popoli della regione, le tribù ebraiche erano anche state le ultime a
diventare sedentarie. Quando gli israeliti invasero la Palestina nel XIII
secolo i cananei erano già agricoltori e residenti fissi da cinque secoli. Per
gli ebrei, il modello tribale non era mai stato completamente abbandonato e
aveva continuato ad esistere dietro le quinte del palcoscenico psichico.
L’idea del Dio dei pastori, unico padre del clan, era stata soppiantata
ma non soppressa, e persa l’indipendenza nazionale e cancellata la
monarchia, suo simbolo, era tornata ad essere l’unica alternativa esistenziale.
Mentre Neemia e gli altri sacerdoti dopo di lui erano impegnati a fare degli
ebrei un popolo particolarista e isolato, il resto del mondo semitico, sotto il
tetto comune prima dell’impero babilobese e dopo quello ancora più vasto
e cosmopolita dell’impero persiano, stava passando un processo inverso.
Ogni popolo stava perdendo le proprie particolarità specifiche e cominciava
quel sincretismo religioso, che era il risultato della fusione di secoli di
vita sedentaria urbano-agricola, con il nuovo cosmopolitismo politico che
trovava tutti i popoli del Medio-Oriente sotto un tetto comune. Il sincretismo
religioso che ne derivò più che una religione universale fu un’insieme di
culti, simili come contenuti, che portavano nomi diversi a secondo della
regione geografica dove avvenivano, e privi di qualsiasi articolazione
metafisica. All’universalismo politico aveva seguito un sincretismo
comune che difficilmente si può chiamare una vera e propria religione.
Gli ebrei, una volta distanziatisi dai culti degli altri popoli e
l’incesto simbolico che rappresentavano, probabilmente, come dice Freud,
per la reattivazione inconscia del senso di colpa verso Mosè e il suo Dio,
dovettero fare del dio particolarista della tribù, Jahvè, che li aveva guidati
prima che si insediassero in Palestina, un dio cosmico, poiché quello era il
mondo nel quale si ritrovavano, quello degli imperi mondiali, babilonese prima
e persiano ora.
Questo era l’oriente semitico in cui dilagò Alessandro con le sue truppe
e la sua cultura.
L’Ellenismo
Quello che mancava
all’Oriente semitico, per produrre un’unica cultura universale, era
la metafisica della religione di Apollo. La religione greca era infatti
l’unica ad essere articolata. I vari culti non erano solo espressioni
isolate, ma costituivano un insieme culturale: esisteva “una visione del
mondo”, una Weltanschauung.
La filosofia greca, già dai presocratici, non era più solo un insieme di miti,
come invece era stato il caso nell’Oriente semitico, ma era stato il
veicolo per un tentativo di sintesi dinamica che prendeva forma in maniera
progressiva. Da rito a mito a idea a metafisica. Il veicolo era stato la
graduale metamorfosi di Apollo: dai riti della pubertà, agli insegnamenti e poi
gli enigmi del dio delfico, l’arte, la bellezza e da questa alla
filosofia. Il tutto prendeva una forma coerente e si espandeva fino ad
abbracciare tutta la fenomenologia della realtà esistenziale.
I diversi dei e i rapporti dinamici tra loro erano le componenti di un mosaico
dal quale traspariva un continuo tentativo di sintesi in
un’immagine chiara. I rapporti di forze tra le singole componenti non
erano rigidi, come per esempio in Egitto, e abbiamo già visto come Dioniso, da
una condizione di supremazia agli albori della civiltà greca, era sceso ed
aveva ceduto il suo posto ad Apollo, il quale a sua volta aveva dovuto
condividere il suo trono con un’altra epifania di Dioniso nella sintesi
che ne era emersa con Zeus, dio padre della civiltà greca, come Dioniso lo era
stato nella sua preistoria tribale.
Quando Erodoto nel V secolo identifica il dio sole egizio Ammon con Zeus
(Hist., II/42) è perché in quel momento, prima dell’espansione greca,
Zeus era il dio principale dell’Olimpo, come il sole era il dio
principale dell’Egitto. Possiamo supporre che se Erodoto fosse vissuto in
epoca ellenista, probabilmente avrebbe identificato Ammon con Apollo e non con
Zeus, poiché in epoca ellenista il sole che illuminava il mondo ecumenico
pan-ellenico era Apollo. Questo diventerà il simbolo del dio universale, mentre
Zeus rimase il dio principale della Grecia, e nei tre secoli che precedettero
il cristanesimo dovette cedere gran parte della sua supremazia al sole cosmico
di Apollo che lo detroneggiò almeno parzialmente, come il Cristo detroneggerà
parzialmente il Padre. L’ascesa del carro solare di Apollo nel regno dei
cieli è infatti parallelo all’ascesa del Cristo in cielo dove si siederà
a fianco del Padre, diventando però, di fatto, la divinità principale.
Abbiamo visto come, nei secoli che si susseguirono all’apice della
cultura classica, Dioniso era stato allontanato sempre di più dalla coscienza
della grecità. Apollo si stava trasfigurando dall’immagine del dio
delfico a quello di un ideale sempre più soffuso. Con l’ellenismo era diventato
un dio ecumenico: da un lato guadagnò in popolarità, dall’altro perse in
intensità. Nell’Oriente ellenizzato non significava ormai più il dio
iniziatore che aveva terrorizato gli achei sotto le mura di Troia, ma nmmeno il
dio mistico che illuminava la mente greca con i suoi enigmi ambivalenti. Era
diventato un’immagine epidermica, il simbolo della cultura ecumenica
pan-ellenica, l’immagine di una cultura, il suo trade-mark.
Dioniso, nella sua nuova veste di dio della fertilità, era diventato parallelo
a quelli dei culti della fertilità orientali: un fallo portato in
processione da Atene a Eleuthera e ritorno, un dio che muore e rinasce come
Osiris, Tammuz, Adonis e Attis.
Apollo era diventato un dio sole che illumina tutta l’ecumene
pan-ellenica, ma che nulla ha da proporre tranne il suo simbolo epidermico:
quello del cosmopolitismo.
Alessandro aveva aperto l’oriente all’influenza greca, ma i semiti
del Medio Oriente, tranne gli ebrei che erano asseragliati nel loro isolamento
particolare, puritano e iconoclasta, avevano restituito loro pan per focaccia.
I culti della fertilità, festeggiati nei templi delle antiche dee cananee
attraverso le orge e la prostituzione sacra, cominciarono a penetrare la
Grecia, ai cui templi era stata invece relegata la sacralità delle dee vergini.
In Occidente la sacralità delle dee era così antitetica al modus mentale della
prostituzione sacra che questi culti non riuscirono a spodestare le belle
vergini dalle loro cellae, ma diventarono parte della vita occidentale, sulle
alture, nei campi, nella psiche.
Questo è il nuovo Dioniso, non quello dell’orgia sacra del pasto totemico
e della tragedia eschilea, bensì il gigolò dal pene eternamente eretto, la
caricatura patetica del proprio sè.